Ven 23 Lug 2021 - 2369 visite
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Caso Zauli. L’ateneo impedì di render pubblici gli atti

Nella querela tra Pugiotto a Galvan riecheggia la polemica sulle ricerche dell’ex rettore

Due ore di esame per ripercorrere i due anni più avvelenati della storia recente dell’Università di Ferrara. Due anni in cui si è visto mettere in dubbio la ricerca scientifica dell’ex rettore Giorgio Zauli, il senato accademico votare senza conoscere gli atti, l’ateneo minacciare azioni legali contro il comitato etico e il responsabile anticorruzione finire a processo per diffamazione.

É il quadro che circonda la vicenda che vede contrapposti in un’aula di tribunale la parte offesa Andrea Puggiotto, professore di diritto e giustizia costituzionale e al tempo presidente dimissionario della Commissione etica dell’ateneo, e l’imputato Giuseppe Galvan, direttore generale e responsabile per la prevenzione della corruzione e la trasparenza di UniFe.

Il pomo della discordia viene lanciato durante la seduta straordinaria del 4 settembre 2019 del senato accademico.

Galvan relaziona all’organo politico dell’università. Sullo sfondo la nota vicenda dei lavori scientifici del rettore Giorgio Zauli e, soprattutto, del procedimento da lui stesso attivato davanti alla Commissione etica, dopo la segnalazione pervenuta dal giornalista scientifico Leonid Schneider.

Quel 4 settembre il responsabile anticorruzione attacca il comitato etico, del quale Puggiotto è presidente dimissionario (non invitato): si censura la condotta della commissione nel procedimento che riguarda il rettore.

Nel corso della stessa seduta Galvan propone in alternativa o il deferimento dei membri della commissione all’organo di disciplina o l’annullamento dell’intera procedura di valutazione dell’operato di Zauli. Alcuni membri del senato accademico propongono di procrastinare la decisione. Il motivo è semplice: non hanno ricevuto alcun atto sul quale documentarsi per esprimere un voto consapevole. Gli unici a conoscenza del procedimento sono lo stesso Galvan e il prorettore Enrico Deidda Gagliardo.

Interviene il presidente dell’organo, in quel frangente proprio il prorettore: per lui gli approfondimenti giuridici svolti da Galvan sono più che sufficienti per deliberare subito.

Risultato: il senato vota praticamente a scatola chiusa (salvo quattro astensioni) e decide di annullare la procedura contro Zauli con tutti i relativi atti.

Atti che consistevano in due perizie fatte svolgere sui lavori del rettore contestati, per capire se c’erano state manipolazioni sugli esiti di laboratorio, una corposa documentazione in forma di controdeduzioni da parte dello stesso Zauli e la delibera finale del 10 gennaio 2019.

Quella delibera rimane il convitato di pietra del processo: cosa contenga al suo interno rimane ancora un segreto. Di quel documento il comitato etico, “agendo in accordo con il rettore”, come ha spiegato in aula Pugiotto, ha pubblicato sul sito dell’ateneo solo il dispositivo: gli errori contenuti nelle pubblicazioni scientifiche di Zauli non erano dovuti a dolo o colpa grave del rettore. Ma sulle motivazioni non si è ancora squarciato il velo del silenzio.

Di quei fogli, ha rivelato Pugiotto durante l’esame condotto dalla pm Anna De Rossi, sappiamo solo che una delle due perizie ha trovato 7 irregolarità (“errori materiali” li ha definiti il costituzionalista) su 10 lavori esaminati. Né i verbali né le perizie sono stati resi pubblici.

Eppure più di uno ha cercato di conoscere quel contenuto. Estense.com e due docenti di Unife hanno fatto una richiesta di accesso agli atti. Tutti tentativi che si sono scontrati con il rifiuto perentorio di Galvan.

E le motivazioni di quel rifiuto sono alla base delle dimissioni del presidente e di altri due membri del comitato etico. “L’ateneo negava l’accesso – ha ricostruito Pugiotto – facendo riferimento anche alla necessità di evitare pregiudizi concreti ai danni dei membri della commissione etica, lasciando intendere che la commissione avesse sempre preteso la segretezza sul suo operato”.

Le cose però sembrano essere diverse. “Questo è vero per i verbali – ha ripreso il docente -, ma non per le perizie e nemmeno per la motivazione finale, tant’è che la commissione etica aveva espresso richiesta motivata agli organi dell’ateneo di renderla pubblica per l’interesse collettivo che rivestiva e a testimonianza del fatto che l’organo aveva agito con trasparenza e correttezza”.

Tutto questo rimane invece nelle segrete stanze e il 27 settembre del 2019 Pugiotto viene a conoscenza di quanto detto da Galvan nel corso della seduta del senato accademico. Gli viene notificata una lettera, siglata dal direttore generale, nella quale “l’ingegner Galvan – ha precisato la parte offesa – definisce le nostre dimissioni irragionevoli, contrarie a ogni norma basica di etica e di deontologia, comunicate tempestivamente alla stampa per alimentare una campagna mediatica a discredito dell’ateneo”. In più la lettera “preannuncia l’intenzione degli organi dell’ateneo di intraprendere iniziative, nessuna esclusa, nei confronti miei e degli altri membri”.

Quanto basta per convincere Pugiotto a sporgere querela per diffamazione. “Per me era un atto dovuto – ha motivato davanti al giudice – per difendere la mia reputazione accademica e scientifica, visto che dirigo assieme all’attuale ministro Marta Cartabia la rivista italiana più importante del settore, ‘Quaderni costituzionali’”.

A questo si aggiunge un’accusa “per me davvero infamante”. Vale a dire “aver negato a Zauli il diritto di difesa, io che come costituzionalista insegno da anni il rispetto dei diritti e delle garanzie individuali”.

Nella prossima udienza, fissata per il 27 gennaio, Pugiotto risponderà alle domande del suo avvocato, Luca Morassuto. E forse il convitato di pietra avrà finalmente un’identità. O meglio, un contenuto. E i finali che lo riguardano, quantomeno in letteratura, non sono mai piacevoli.

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