Gio 13 Feb 2020 - 4728 visite
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Collezione Sgarbi in Castello: “Povera Ferrara”… o Portogruaro?

Vittorio Emiliani: "Da Bassani alla Signoria di Ro". Leonardo Fiorentini: "Da museo a deposito della collezione di un privato cittadino"

La convenzione tra Comune di Ferrara e Fondazione Cavallini Sgarbi per cinque mostre al Castello Estense solleva nuove critiche. “Povera Ferrara” commenta Vittorio Emiliani sul Fatto Quotidiano, “il nuovo riferimento è Portogruaro” aggiunge con ironia Leonardo Fiorentini su Facebook.

L’ex consigliere e attivista di Emilia Romagna Coraggiosa sposa la battaglia di Alberto Ronchi e Barbara Diolaiti dell’associazione Piazza Verdi contro l’accordo per cui “il Comune, che gestisce il Castello di proprietà della Provincia, cede alla Fondazione Sgarbi il 20% delle entrate da biglietto del più visitato monumento cittadino (quasi 200.000 presenze, 1,3 milioni l’anno di incasso dalla biglietteria) alla Fondazione della famiglia dell’attuale factotum della “cultura” ferrarese, Vittorio Sgarbi”.

“E il tutto accollandosi il carico di costi della “collezione” messa in mostra all’interno delle sale del Castello, che andranno pure adeguate alla nuova destinazione – osserva Fiorentini -. Da percorso di visita della residenza degli Este, passiamo a deposito della collezione di un privato cittadino. Non viene “remunerato” il valore aggiunto, come successo in precedenza (peraltro con risultati discutibili), ma si cede direttamente una quota del biglietto di ingresso del Castello. Biglietto che andrà probabilmente aumentato per far quadrare i conti, oggi in positivo, per la gestione del Castello. Del resto la convenzione è la stessa usata dalla Fondazione per l’accordo con il Mart di Rovereto ci rassicura Sgarbi: ergo siamo in una botte di ferro, visto chi è il presidente del Mart (Sgarbi stesso)”.

A ciò, l’ex consigliere si collega al “ridicolo rinvio della candidatura a Ferrara Capitale italiana della Cultura, che al di là delle “buone intenzioni” mette in luce la totale inadeguatezza degli attuali amministratori. L’idea viene proposta prima da Addizione Civica, fatta sua nel programma da Coalizione Civica che già ci stava ragionando, e poi copiata sfacciatamente dalla destra in campagna elettorale. Ma non è qui questione certo di rivendicazione di paternità o maternità”.

A fine anno scorso “la giunta butta il cuore oltre l’ostacolo ed annuncia la candidatura. La delibera è dell’11 dicembre, anche se possiamo immaginare che ci abbiano pensato anche un po’ prima. La scadenza del bando è il 2 di marzo. Fanno 3 mesi abbondanti, mettendoci lì un po’ di testa ce la si faceva. È invece di pochi giorni fa la notizia del rinvio, perchè i tempi sono stretti e perchè c’è già Parma quest’anno (come se non lo si sapesse già prima dell’11 dicembre e come se rinviare di un anno cambi molto)”.

“Questo fa la differenza fra essere in campagna elettorale ed amministrare una città. Non basta l’effetto annuncio: poi bisogna farle, le cose – bacchetta Fiorentini -. Ma non preoccupatevi, abbiamo capito qual è il nostro nuovo riferimento per le politiche culturali della città: non è Parigi e nemmeno New York (lo era 500 anni fa, cit. Andrea Amaducci). Per Sgarbi il riferimento oggi è Portogruaro (con tutto il rispetto di Portogruaro). Fatevene una ragione”.

Non riesce a farsene una ragione anche Vittorio Emiliani, a cui “la notizia del 20% di royalties richiesto dagli Sgarbi Brothers sui biglietti di ingresso per esporre, a spese del Comune di Ferrara (loro che sono poi di Ro Ferrarese), la collezione di famiglia in Castello, suscita insieme uno scoppio di risate e tanta tristezza in me che ho frequentato il Liceo Classico a Ferrara e ben altri intellettuali ferraresi, allora e in anni più recenti”.

“Povera Ferrara – commenta il giornalista -. Già si ritrova un sindaco leghista che usa il vocabolario come una clava, ora ha una sorta di super-sindaco che detta, fa, organizza per la family, anzi per la dinasty. Ma non è già supervisore del sindaco a Urbino, sindaco in proprio a Sutri, deputato a Montecitorio, presente in tutte le reti tv, compresa Rai3? Certo. Povera Ferrara”.

Emiliani ritorna con la mente “ai tempi in cui era malinconicamente depressa sul piano economico, dagli anni 30 ai 50, aveva allevato intellettuali di genio come Giorgio Bassani, l’autore delle Storie ferraresi, l’italianista Lanfranco Caretti (Ariosto e Tasso), il grande regista Michelangelo Antonioni cresciuto come aiuto di Luchino Visconti in Ossessione girato a Pontelagoscuro, dove andava a vedere come si fa il cinema un futuro importante regista quale Florestano Vancini, decine di documentari e poi La lunga notte del ’43 e altro. Mentre Carlo Rambaldi allora inventava cartelloni colorati per pubblicizzare i film (2 al Cinema Boldini per 200 lire) e poi sarebbe diventato il padre di ET e di tant’altro, 2 volte premio Oscar”.

Ma “c’erano anche letterati come Franco Giovannelli, il linguista Mario Roffi (traduttore di De Musset e di Shelley per Einaudi), quindi senatore, era appena andato a Milano Luciano Chailly, musicista e direttore artistico, il babbo di Riccardo. E la dinastia, quella vera, dei Tumiati, da Gualtiero attore e regista di teatro a Corrado saggista, a Gaetano inviato speciale dei più attrezzati? O dei Quilici? Sull’integrità della Ferrara storica vigilavano uomini di cultura quali i Minerbi, dalla magnifica casa affrescata di Via Gioco del Pallone, o i Ravenna”.

Negli anni ’80 col sindaco Roberto Soffritti “comincia un altro decennio nel quale fra Ferrara Arte, diretta con competenza e passione da Andrea Buzzoni, e Ferrara Musica per la quale Mauro Meli porta stabilmente qui Claudio Abbado, Ferrara viene lanciata, come merita e coi mezzi giusti, nel mondo, con eventi indimenticabili (penso alla Trilogia mozartiana che richiama qui gli “abbadiani itineranti ” di tutta Europa). È il decennio, e oltre, dei grandi restauri: quello della straordinarie Mura estensi, 9 km di cintura verde, di Palazzo Schifanoia e di quello di Ludovico il Moro, della creazione del Museo Boldini a Palazzo Massari, del ritorno della collezione Sacrati Strozzi”.

Dopo l’analisi storica, la domanda: “Possibile che quella stessa città abbia votato in massa la Lega di Salvini e un sindaco come Alan Fabbri il cui vice, fra l’altro, si definisce il ‘pitbull della Lega’? E che, da una corona di intellettuali come quella appena descritta, si sia trasformata (con tanto di royalties, beninteso) in Signoria degli Sgarbi di Ro Ferrarese? Questo dovrebbe spiegarlo il Pd, o magari Dario Franceschini. Che tristezza però. Possibile che quella stessa città abbia votato in massa la Lega di Salvini e un sindaco come Alan Fabbri? La scelta alle urne”.

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