Sono stati geolocalizzati grazie alle celle telefoniche dei loro telefonini gli otto agenti della polizia penitenziaria alla sbarra al tribunale di Ferrara per il reato di falso ideologico, insieme al medico della casa circondariale accusato di uso di atto falso. Questi sono i dettagli che emergono dalla testimonianza in tribunale dei carabinieri del nucleo investigativo di Ferrara che si sono occupati delle indagini, avviate nella primavera del 2016 dopo che l’allora direttore del carcere Carmela Di Lorenzo segnalò alla magistratura le difficoltà organizzative all’interno della struttura.
Secondo le indagini coordinate dal pm Giuseppe Tittaferrante (oggi non più a Ferrara), gli otto agenti al centro dell’inchiesta (difesi dall’avvocato Denis Lovison) avrebbero prodotto certificati medici che riportavano tutti, senza distinzione, gli stessi problemi: blocco lombare, gastroenterite e crisi cefalgica. Ma ad alimentare i sospetti è stato anche il tempismo in cui si registrarono le assenze: tra marzo e aprile 2016, proprio mentre all’interno del carcere si respirava un clima di tensione tra gli agenti della polizia penitenziaria e la loro comandante Lisa Brianese, contestata pubblicamente anche dai sindacati Sappe e Osapp per “non avere il polso necessario per far valere l’autorità che rappresenta nei casi di tensione tra agenti e carcerati”. Fu proprio in quel periodo che la direttrice Di Lorenzo scrisse l’autorità, chiedendo anche di inviare uomini da Bologna per supplire alle assenze che si stavano registrando a Ferrara.
I testimoni dell’ultima udienza hanno parlato delle tecniche usate durante le indagini, che secondo la procura dimostrerebbero attraverso la geolocalizzazione degli spostamenti degli agenti che non si erano recati alle visite mediche, assentandosi così dal lavoro con la complicità del medico. Un’accusa che troverà risposta nelle prossime udienze, in cui verranno chiamati a parlare anche i testimoni della difesa.
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