Mer 23 Gen 2019 - 3971 visite
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Diamanti. Parla Sgarbi: “Ho evitato un crimine”

Il critico e parlamentare ferrarese ripercorre l’intera vicenda: “Nessun insulto, solo critica a un consolidato sistema di potere”

Nessun insulto, nessun attacco, nessun tornaconto personale. Vittorio Sgarbi scrive a Estense.com e torna sulla querelle del Palazzo dei Diamanti e riapre il sipario calato sulla vicenda dopo la bocciatura del Mibac.

Quella del critico e parlamentare ferrarese vuole essere una “reductio ad veritatem” che parte da lontano. In tempi non sospetti, prima di qualsiasi imminente scadenza amministrativa, Sgarbi aveva già bollato come “crimine annunciato” l’ampliamento di Palazzo dei Diamanti. “Appena appreso dall’architetto Malacarne di Italia Nostra – ricostruisce il nostro -, pochi giorni dopo la vittoria del concorso (che è il primo dato certo dopo il “lancio del bando”), ho manifestato pubblicamente la mia indignazione alla presentazione del libro di Giorgio Bassani, “Italia da salvare” (appunto!), dichiarando: “bisogna arrestare – intendendo fermare – Tagliani”. Nulla di politico, e nessuna “diligenza”, ma una argomentata denuncia del crimine annunciato”. Era il 26 maggio di quest’anno.

Larga parte dell’intervento di Sgarbi si concentra sulle accuse piovutegli addosso dopo l’attacco alla direttrice Maria Luisa Pacelli. Un attacco, appunto, non un’offesa: “Io non ho insultato né aggredito nessuno: ho semplicemente ricordato, oggettivamente, che la dottoressa Pacelli non ha i requisiti per dirigere Palazzo dei Diamanti (al concorso per dirigente del museo è stata preceduta da Ethel Guidi), e la sensibilità conservativa per presiedere la commissione del concorso per l’ampliamento di Palazzo dei Diamanti”.

Nomi preferibili, a detta del deputato, sarebbero stati ad esempio quelli di Andrea Emiliani, o Elio Garzillo, o Eugenio Riccomini, o Luigi Malnati, “già sovrintendenti a Ferrara” e non “dipendenti del sindaco, che la ha nominata e che a lui risponde”. “Dire la verità non è aggredire – prosegue -, come non ha senso essere appassionatamente solidali con chi non ha i titoli effettivi (in particolare per un concorso di architettura), ma solo un incarico fiduciario attribuitole dal sindaco. Non capisco dove sia l’offesa, attribuendomi “una rabbia e un rancore” che non posso avere, e interpretando la denuncia di evidenti protezioni di partito (tutte nell’area del Pd, nella catena Franceschini/ Tagliani/Maisto/Zappaterra/Buzzoni/Pacelli) come “rozzezza e trivialità inaudite”.

Quella che per i suoi detrattori sarebbe inaudita “è la critica a un consolidato sistema di potere. Constatazione, non insulto. Vorrei che me ne indicassero gli estremi formali, i riferimenti a mie considerazioni ravvisabili come aggressioni e non, come sono state, denuncia di un sistema di potere. Una solidarietà come questa, per difendere rendite di posizione, senza pudore, è vera zavorra”.

Veniamo all’appello pubblicato sul Corsera e alla lista di personalità che man mano si sono aggiunte alla mobilitazione invocata da Sgarbi. Non “vip”, in molti casi nemmeno amici, ma “semplicemente persone autorevoli, o per profonde convinzioni o per competenza specifica, come Andrea e Vittorio Emiliani, Eugenio Riccomini, Christophe e Sabine Frommel, Philippe Daverio. Soprintendenti, professori, architetti. Nessuno ha firmato inconsapevolmente”.

Vi sono poi personalità importanti della cultura italiana, e non solo, come Claudio Magris, Pietro Citati, Moni Ovadia, Tahar Ben Jelloun, Pupi Avati, “che conoscono perfettamente Ferrara e Palazzo dei Diamanti e che sono, per cultura e formazione, totalmente contrari all’ampliamento del più importante monumento del Rinascimento ferrarese come lo sarebbero di Castel del monte o di Palazzo Farnese”.

E nella lista non è voluto mancare nemmeno Riccardo Muti, altra figura che difficilmente spenderebbe il suo nome senza ragione: “Caro Vittorio! Sono Riccardo Muti – questo il messaggio inviato a Sgarbi dal direttore d’orchestra -. Ho letto sul Corriere l’assurda storia sul Palazzo dei Diamanti. Puoi aggiungere la mia firma alle tante già raccolte? Grazie e Buon (?) Anno”.

E quell’appello l’avrebbero firmato un tempo, secondo il critico, anche Giorgio Bassani e Paolo Ravenna.

“So di essere influente – aggiunge piccato -, ma non accetto di essere l’immotivato bersaglio di insinuazioni e insulti, semplicemente per avere richiamato norme fondamentali della storica tutela del patrimonio artistico, evidentemente dimenticate a Ferrara, e ribadite da personalità sopra le parti, senza alcuna debolezza o complicità politica con me. A Ferrara si evoca la lesa maestà di chi vuole violare la legge, e strilla di non poter compiere un reato. Il mio appello e le firme erano semplicemente un richiamo alla legalità”.

Questione di legalità quindi. E di legalità si deve parlare in merito alla posizione ufficiale del ministero, “che coincide con la mia ma non ne dipende; chiunque avesse conosciuto, nei suoi buoni studi, la legge, come richiama puntigliosamente Famiglietti (direttore generale del Mibac, ndr), avrebbe saputo che era impossibile, se non come prova di forza del potere politico su quella magistratura che la Soprintendenza e il Ministero rappresentano, qualunque «ampliamento» che umili uno dei grandi palazzi del Rinascimento a «contenitore»”.

E in quel parere Famiglietti scrive che “l’edificazione di detto padiglione non può essere considerata un intervento a carattere di reversibilità, dal momento che l’edificio progettato per essere sede permanente di mostre di arte contemporanea, sarebbe da realizzarsi con adeguate fondazioni e struttura in cemento armato e lo stesso concetto di ‘architettura reversibile’ appare una contraddizione in termini in ragione dell’utilizzo stabile cui il nuove volume è destinato”.  

Critica che Sgarbi coglie al volo, per definire “umiliante per il gruppo che ha vinto un concorso architettonico, definire il progetto, per confondere le acque, come una «struttura non fissa, totalmente reversibile». I primi a non accettarlo sono gli stessi progettisti. Bel rispetto per l’architettura contemporanea”.

Il ministero, non io, ha stabilito l’inadeguatezza del progetto – conclude Sgarbi -. Io l’ho semplicemente denunciata, in base alla conoscenza della legge, come uno scrittore può denunciare la mafia, ma è la magistratura che deve combatterla. La salvezza da manomissioni di Palazzo dei Diamanti è una vittoria per Ferrara e per tutta l’Italia. La cattiva politica è stata sconfitta, non Ferrara. L’integrità di Palazzo dei Diamanti vale più dei milioni di euro stanziati per mortificarla, scomodando valori inesistenti in nome di un ristorante e di una toilette. Oggi è un giorno di festa”.

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