sab 2 Dic 2017 - 6664 visite
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Ragazza picchiata in Gad: “Non lasciamo che la delinquenza prenda il sopravvento”

La testimonianza della vittima: "Sono il simbolo di cosa può fare il degrado, ma bisogna capire le differenze tra stranieri e disgraziati senza alimentare il razzismo"

“Il racconto della mia esperienza non è finalizzato a fomentare il razzismo ma a creare gli stimoli per sviluppare una maggiore sicurezza. Il Gad si sta espandendo come l’innalzamento del mare, noi rimarremo su un’isola e tutto il resto sarà delinquenza”. La preoccupazione più grande di Sandra Maestri, la ragazza di 32 anni picchiata e derubata all’Acquedotto, è “scatenare un movimento che possa avere una piega politica estremista perché i miei ideali sono l’opposto”.

All’indomani del pestaggio in piena regola subito giovedì sera da parte di cinque uomini – “ho ipotizzato io il numero, erano in tanti ma non mi ricordo molto di quanto successo” ci confida Sandra – “mi sono sentita Ferrara vicina ma non so se meritarlo perché non sono un eroe, sono il simbolo di cosa può fare il degrado“. Una testimonianza, anche visiva, di un volto tumefatto dai “tanti colpi furiosi” ricevuti al viso e all’addome. “La faccia prima o poi si sgonfierà, è la costola destra a farmi davvero male” confessa, senza un lamento, prima di sedersi sulla sedia di un bar, pronta a raccontarci la sua storia.

“Ero in compagnia di un’amica che voleva andare a vedere il Lago dei Cigni, io non ero interessata così ho deciso di raggiungere altre due mie amiche che hanno aperto un’enoteca, la Jam Drink Vineria, in viale IV Novembre. Siamo rimaste lì anche dopo la chiusura del locale, poi mi sono diretta a piedi fino a casa di mio fratello che abita in via Cassoli. Non conoscevo bene la strada e il navigatore del cellulare mi ha fatto attraversare piazza XXIV Maggio“. Il luogo di un’aggressione infame e violenta.

Non pensavo che a quell’ora – era presto, le 21.30 circa – potesse accadere una cosa così. Stavo camminando nella zona dove ci sono le panchine, dietro alle statue, quando sono stata accerchiata. Da lì non mi ricordo più nulla, sono svenuta e mi sono risvegliata a pancia in su nel prato, sputando sangue. Loro sono scappati appena hanno visto che stavo riprendendo i sensi, mi hanno praticamente scavalcata per passare. Forse mi hanno pestata per dieci minuti, non so quanto sia durata. Sicuramente mi hanno dato dei bei pugni in faccia, il bernoccolo in fronte non so se me lo sono fatta cadendo sulla panchina mentre svenivo o mi hanno sbattuta loro. Non so neanche se mi abbiano rivolto la parola, non ricordare è una cosa che mi fa incazzare”.

Un vero incubo, anche se lei non pronuncia mai quella parola. “Forse mi hanno scambiata per un uomo, avevo i capelli corti nascosti dal cappello, e forse è stato meglio così perché ci sono più modi per fare male a una donna. Sono sempre stata una guerriera di fondo, so anche difendermi ma in quel momento non ne ho avuto la capacità. Comunque è meglio che sia capitato a me, perché una ragazza più piccola l’avrebbero uccisa. Non lo vivo come un abuso ma come una sfiga, poteva capitare a me come ad altre persone che magari si sarebbero sentite peggio”. Non sono in tanti che, dopo un’aggressione, mantengono un pensiero così lucido ed empatico. La sensibilità che batte il furore.

“Mi hanno rubato i 500 euro che avevo nel portafoglio – ricorda Sandra -. Di solito non giro con così tanti soldi, era l’anticipo della paga mensile che mi aveva dato mio padre dopo il mercato ortofrutticolo del giovedì, proprio all’Acquedotto. Vendiamo i prodotti che coltiviamo nella nostra azienda agricola a conduzione familiare, la Maestri, a Jolanda dove abito. Ci lavoro con mio papà, e anche mia mamma e mio fratello ci danno una mano. È un lavoro duro ma mi piace, ho iniziato dopo essermi laureata in scienze ambientali a Trieste”.

“Hanno preso solo ma mazzetta poi hanno buttato la borsa, con dentro ancora il portafoglio e tutti i documenti, nella panchina vicina – riprende il racconto la vittima -. Per fortuna avevo il telefono in tasca e sono riuscita a chiamare subito mio fratello. Mi sentivo la bocca rotta, avevo male alla fronte, mi sentivo deformata. Ma non avevo capito ancora bene cosa fosse successo, ero frastornata e lo sono ancora, è stato mio fratello a darmi la conferma che mi avevano appena menato. Mi ha portata in questura per la denuncia, da lì gli agenti hanno chiamato l’ambulanza e ho passato la notte all’ospedale, dove mi hanno dimessa alle 2. Ho praticamente passato la notte in after e la mattina sono tornata in questura per formalizzare la denuncia”.

“Lo so che è una situazione delicata ma non voglio alimentare il razzismo o derive estremiste – ribadisce la ragazza -. La cosa che più mi dispiace è vedere toni accesi contro etnie diverse, è come subire una seconda violenza. Sono cresciuta su una radice aperta ad altre culture, anche mia madre non è italiana e mi ricordo che alle elementari la offendevano con parole stupide. Ho amici di colore per tutta Italia che mi hanno mandato degli audio in cui quasi piangevano per l’indignazione”.

“Il punto sta nel capire le differenze tra una persona non italiana che ha buone intenzioni e una persona disgraziata, che non vuole integrarsi se non per spacciare, che usa l’italiano come strumento di lavoro e non per far parte dell’Italia – è il messaggio che ci lascia Sandra -. Io sono passata in un punto dove c’era solo disgrazia ma non voglio che ci si accanisca contro il colore della pelle. E non voglio avere paura nella mia città”.

Non sono incazzata ma preoccupata per l’espansione della criminalità che dalla stazione, dove pensavo fosse il fulcro del pericolo, è arrivata fino all’Acquedotto e chissà dove. Se continuiamo a permettere alla malavita di occupare i parchetti, i quartieri, andremo a finire che staremo chiusi in casa con il coprifuoco alle otto di sera. Spero che non si arrivi a questo punto ma non si può sentirsi prigionieri dell’esterno, evitare delle zone, chiudersi in casa perché è l’unico posto sicuro. E poi manco quello, una coppia di miei amici si è trovata il ladro sul balcone…”.

E intanto il leghista Nicola ‘Naomo’ Lodi sta organizzando una fiaccolata in suo onore. “Non voglio che questa storia venga politicizzata, sono favorevole alla lotta contro il degrado ma è più utile pensare a una fiaccolata per gli abitanti della zona che vivono quotidianamente in un quartiere che non è sicuro. Le pattuglie fanno finta di niente, le telecamere sono poche (ce n’è una sul luogo del pestaggio ma dà verso la strada, ndr), deve scapparci il morto per mettere in sicurezza la zona? Staranno aspettando una decina di casi come il mio prima di intervenire, come quando ripari la strada rotta solo dopo che c’è stato l’incidente”.

Il rischio è alto. “Noi giovani siamo una generazione trascurata, gli adulti si stanno preoccupando di un problema che non stanno risolvendo. Vediamo che la delinquenza viene tutelata mentre noi non riusciamo a comprare casa e mettere su famiglia. È pericoloso per la deriva estremista, sia per gli italiani che per gli stranieri che vengono giudicati male per colpa di quello che fanno i connazionali. Così si riduce la tolleranza e si fomenta una pericolosa intolleranza. Fermiamo questo processo prima – è l’ultimo, accorato, appello di Sandra alla città -. Non restringiamo i nostri spazi vitali per dare spazio alla delinquenza che punisce noi stessi e gli altri“.

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