lun 20 Mar 2017 - 295 visite
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Ferrara per tre giorni al centro della fotografia

Nel weekend oltre 500 presenze per il festival Riaperture

Da venerdì 17 a domenica 19 marzo per tre giorni Ferrara è stata al centro della fotografia. Oltre 500 presenze per il festival Riaperture che unisce il recupero di luoghi della città chiusi con l’indagine sui luoghi comuni della realtà che ci circonda.

Tredici mostre in sette sedi diverse, con autori affermati in campo internazionale e giovani promesse italiane hanno creato una rassegna viva, che ha lasciato domande e non ha voluto dare risposte ai visitatori.

Nel corso del fine settimana la fotografia è entrata in luoghi sorprendenti, come l’Auditorium del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara che ospitava il progetto ‘Disco Emilia’, o a Prosperi-Sacrati, che non tutti i ferraresi hanno mai visto aperto, con le opere di Giovanni Troilo su Charleroi, il cuore nero dell’Europa. La fotografia è stata raccontata in viva voce direttamente dai fotografi ospiti. Massimo Mastrorillo ha illustrato il suo progetto ‘Aliqual’, sul terremoto a L’Aquila nel 2009: «La fotografia deve restituire qualcosa ai luoghi che sceglie come protagonisti», un invito a scegliere sempre la storia più difficile, perché solo così «ci si sforza di trovare una soluzione».

Il festival di Riaperture è un tentativo di risposta all’abbandono di spazi chiusi della città, ridar loro vita, anche solo per tre giorni, con progetti, idee e persone: e anche l’architettura assume una personalità ed è possibile dialogare con le anime di una città, come la Brescia delle fotografia di Francesca Ióvene, presente al festival a Factory Grisù. L’ex caserma dei Vigili del Fuoco è stata la sede principale, con laboratori per bambini a cura di Studio Ara e Silvia Meneghini, le macchine fotografiche stenopeiche realizzate da PinoLina e la conferenza sul diritto d’autore realizzata da Massimo Stefanutti in collaborazione con DOC servizi, oltre alla selezione dei vincitori del concorso fotografico nazionale, premiati da Mustafa Sabbagh. Il programma del festival prevedeva anche due workshop, sulla costruzione del progetto fotografico con Giovanni Cocco, e la scelta del portfolio fotografico con Sara Munari. Giovanni Cocco ha portato l’intimissimo reportage sulla vita di sua sorella disabile, ‘Monia’, nello scrigno intimo di Casa Romei, il cortile abitualmente non aperto. Sara Munari invece ha delimitato gli spazi vitali delle persone in Israele e Palestina con ‘P/P/P’ nell’ex sede del pub Clandestino.

Altra sede importante di Riaperture è stata l’ex Istituto Case Popolari, che ospitava il concorso fotografico per le scuole, realizzato in collaborazione con Emilbanca, e le opere di Barbara Baiocchi con ‘Sempre si vince’, racconto dei giostrai, Simone D’Angelo con ‘I Must Have Been Blind’, sulla valle del Sacco e la natura che si riappropria del degrado post-industriale, e gli scatti di vita col cellulare del portoghese Luis Leite, ‘Per strada’. Le presentazioni con i fotografi hanno registrato una buona affluenza: il desiderio di scoprire i volti degli autori, le motivazioni alla base dei loro progetti e la possibilità di interagire direttamente con loro ha entusiasmato il pubblico. Una di queste, con Danilo Garcia Di Meo, sul sui progetto ‘What?’ dedicato a una ragazza romana sorda, ha visto la traduzione in lingua Lis dei volontari dell’Associazione per l’integrazione dei Sordi di Ferrara. In via Garibaldi 1 erano ospitate anche gli oggetti mascherati di Luana Rigolli, con ‘Perdita d’identità’. Riaperture ha indagato in più direzioni e anche linguaggi, come venerdì 17 con il reading teatrale ‘Anatomia dei sentimenti’, con la fotografa Claudia Gori, scrittrice Giulia Maria Falzea e il musicista Giorgio Distante a Ferrara Off, e la proiezione di ‘Deserto Rosa / Luigi Ghirri’, film di Elisabetta Sgarbi, al Cinema Boldini (in collaborazione con Arci Ferrara e Fice Emilia-Romagna).

Domenica 19 marzo infine Gianpaolo Arena ha presentato il progetto dedicato alla tragedia del Vajont, ‘Calamita/à’, un’indagine territoriale a più voci su un delicato passaggio della storia del nostro paese: «I fotografi non devono lasciarsi ammaliare dall’estetica del disastro, sarebbe il modo sbagliato di raccontarlo». Riaperture ha basato la sua prima edizione su storie non facili, su realtà non immediate e con esposizioni in luoghi non agevoli: un festival per chi non vuole lasciarsi stare, e prova con la fotografia, il racconto umano dei personaggi ritratti e degli autori, a parlare, di fotografia, a sezionare le storie, a porsi domande e soluzioni per quello che ci sembra immutabile: sovvertire luoghi comuni, riaprire spazi che sembrano chiusi per sempre.

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