Cronaca
2 Dicembre 2016
Ultima udienza dell'anno nel processo contro Ruszo e Fiti. Il fratello Marco esce, Rita trova il coraggio per rimanere

Omicidio Tartari, in aula le foto dell’orrore

di Daniele Oppo | 3 min

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Ha parlato e ricostruito quanto accaduto la 40enne di nazionalità nigeriana fermata lunedì 29 giugno con l'accusa di tentato omicidio ai danni della coinquilina. La donna, detenuta da due giorni nel carcere della Dozza di Bologna, nella mattinata di ieri (1° luglio) è stata portata davanti al giudice per le indagini preliminari Marco Peraro del tribunale di Ferrara

Sangue in piazza Cacciaguida, 46enne rischia tre anni e mezzo

La Procura di Ferrara ha avanzato una richiesta di condanna a tre anni e sei mesi per il 46enne di nazionalità straniera, finito a processo con la duplice accusa di rapina e lesioni nei confronti di un altro uomo di nazionalità tunisina per la violenta aggressione avvenuta due anni fa nelle vicinanze di piazzetta Cacciaguida, a pochi passi dal Castello Estense

È stato il momento finora più carico e drammatico. Marco Tartari è uscito dall’aula poco prima che sul telo bianco venissero proiettate le foto del tugurio in cui il suo corpo del fratello Pierluigi è stato ritrovato.

Ultima udienza per quest’anno per il processo che vede imputati Patrik Ruszo (difeso dall’avvocato Patrizia Micai) e Constantin Fiti (avvocato Alberto Bova) per l’omicidio di Pierluigi Tartari, il pensionato di Aguscello lasciato morire senza pietà dopo una violenta rapina in casa il 9 settembre 2015. Fiti inizialmente non c’è per un problema di comunicazione tra la cancelleria del tribunale e il carcere di Modena: all’inizio aveva rinunciato a comparire, poi ha cambiato idea ma nessuno ha dato seguito a questa nuova volontà. Una volta capito cosa fosse successo il presidente della corte d’assise sospende tutto per due ore, per permettere all’imputato di presenziare.

Poco prima erano stati sentiti i gestori del ristorante-pizzeria in cui Tartari si era recato la sera del suo assassinio, per mangiare una pizza e prenderne una da portare a casa del suo amico che quel giorno lo aveva aiutato con il giardino. Dopo tocca a un agricoltore diretto che, grazie ai sospetti di un suo dipendente stagionale (un cittadino bulgaro), ha identificato l’Alfa 156 di Ivan Pajdek, il capo della banda già condannato in abbreviato a 30 anni, che passava da quelle parti a passo d’uomo. Tocca poi a una donna che vide l’auto di Tartari, una Opel Corsa nera, parcheggiata e abbandonata nella boscaglia dopo il cavalcavia dell’autostrada, nella zona del carcere.

Sfilano poi gli operatori della squadra mobile, Andrea Marzocchi e Mauro Grazi, che hanno riconosciuto Fiti al bar, individuato le scarpe nuove che aveva comprato con i soldi di Tartari al centro commerciale Le Mura. Infine il momento clou, quello più intenso che a un certo punto porta Marco ad uscire, mentre la sorella Rita raccoglie tutte le forze emotive che ha e rimane a guardare. Sono gli scatti della Polizia nell’abitazione di Pierluigi (descritti e commentati da Gabriele Balboni che ha eseguito gli accertamenti tecnici), con il disordine e le macchie di sangue, della sua auto e, infine, del tugurio-deposito di refurtiva nascosto dalla vegetazione in zona via Pelosa, dove solo il 26 settembre è stato ritrovato il corpo.

Descrivere quelle foto senza scendere nel macabro è difficile, ma sono la testimonianza della barbarie: Tartari è legato come un sacco, con fascette da elettricista e nastro isolante alle spalle (spunta anche l’omero sinistro che ha bucato la carne), ai polsi, alle ginocchia e alle caviglie. Il corpo è gonfio, riverso a faccia in giù. Anche la testa è avvolta da nastro isolante. Tutt’attorno è un lago di liquido di decomposizione e larve.

Finisce lì, Marco può rientrare. L’ultima persona ad essere sentita è Stefano Perelli della squadra mobile che macina a memoria – destando sorpresa e ammirazione perfino al giudice Alessandro Rizzieri – una lunghissima lista di telefonate, codici, orari, celle telefoniche attivate per descrivere tutti i movimenti della banda poco prima e poco dopo quel maledetto 9 settembre.

Il processo riprenderà a gennaio, quando il pm (in aula c’era Ciro Alberto Savino e non più Stefano Di Benedetto che ha coordinato tutta l’inchiesta) dovrà esaurire i suoi testimoni: tra loro anche il medico legale Rosa Maria Gaudio, e mamma Rosy, e si dovrebbe procedere all’esame dei due imputati.

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