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La proposta del M5S di introdurre anche a Ferrara una sperimentazione sul bilancio partecipativo scatena in molti consiglieri la nostalgia per le circoscrizioni come luogo in cui decidere e progettare insieme agli abitanti i miglioramenti per la città.
A spiegare cosa si intenda per bilancio sociale è stato Stefano Stortone, docente all’Università di Milano e membro dell’Associazione Centro Studi per la Democrazia Partecipativa. Stortone non presenta l’idea come una panacea, delimita vantaggi e svantaggi, campi di attuazione e gradualità delle sperimentazioni per coinvolgere i cittadini nell’amministrazione e (ri)creare una cultura democratica.
“È un progetto di coinvolgimento dei cittadini per realizzare interventi e azioni condivise nel territorio. Si parla di risorse scarse e la decisione sugli interventi è un modo per ricreare le relazioni sul territorio: aumenta il sapere comune, l’informazione e la consapevolezza, facendo diminuire il dissenso non informato e ideologico. È un’invenzione democratica – prosegue Stortone – e un progetto culturale che non si innesta ma si sperimenta per capire come fare”.
Un processo complesso che conosce già importanti esempi in giro per il mondo: Porto Alegre in Brasile che ha anche ottenuto un riconosciuto dall’Onu come una delle migliori pratiche di governance urbana nel mondo, Parigi e New York. La stessa Regione Emilia Romagna ha deciso di dare un sostegno economico a questo tipo di progetti.
“Si parte spesso con un budget per sperimentare, se no si perde il limite delle risorse scarse e anche il processo decisionale”, spiega ancora il relatore che indica anche altri punti cardine: la ciclicità che significa programmazione e l’istituzionalizzazione: “Servono regole chiare fin da subito, anche per evitare la discrezionalità degli amministratori e il rischio di politicizzazione del processo”. Le fase, in maniera molto schematica, sono quelle dell’informazione e del dibattito in cui si raccolgono le varie istanze, quella delle proposte, il co-design che mette in relazione l’amministrazione e i gruppi sociali tra loro nell’individuazione delle priorità “e porta le persone dentro l’amministrazione”. Poi si decide con il voto, la comunità sceglie quale fra le priorità individuate sia più urgente o, comunque, meriti di essere realizzata prima delle altre.
“Questo in percorso ideale – chiarisce Stortone – nella realtà ci sono più difficoltà, e per questo si parte con delle sperimentazioni, non essendoci modelli importabili, ma il senso è che insistendo si arriva a un coinvolgimento decisionale democratico”.
Dicevamo che la discussione ha scatenato la nostalgia per le circoscrizioni: ad esprimerla sono stati soprattutto i consiglieri Leonardo Fiorentini (Sel) e Pietro Turri (Pd), che nelle circoscrizioni – prima che l’allora ministro Calderoli le abolisse – hanno passato molto tempo e che richiamano alle precedenti esperienze partecipative avvenute a Ferrara. Entrambi sembrano accogliere con molto favore la proposta, così come Vito Guzzinati (Pd): “È una proposta molto interessante e sarebbe da introdurre in qualche modo nella nostra amministrazione per tornare a quella aggregazione e a quel coinvolgimento che oggi si sono persi”.
Interessato anche l’assessore al Bilancio Luca Vaccari, che però accoglie la proposta un po’ freddamente: “Bilancio partecipativo crea forse l’illusione di poter manovrare delle leve che non sono disponibili”. Più glaciale di lui è Alessandro Talmelli (Pd) che non sembra essere molto d’accordo sull’aggiunta di una componente democratica nell’amministrazione della città di un percorso simile e pone anche altri dubbi: “Valuteremo la proposta nel gruppo, ma dall’ordine del giorno sembra che qua siamo a livello zero, serve qualche specifica in più soprattutto sulla fetta di bilancio da destinare e forse un percorso del genere potrebbe ingessare alcune decisioni”.
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