Mer 30 Apr 2014 - 318 visite
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L’omaggio di Alberto Rossatti a Arnoldo Foà

Libro alla mano, legge ed interpreta l’autobiografia del grande scrittore e attore ferrarese

foà1di Silvia Franzoni

L’inconfondibile voce ed il carisma di Alberto Rossatti, nel pomeriggio di ieri, martedì 29 aprile, hanno intrattenuto il pubblico presso la Sala della Musica nel Chiostro di San Paolo, luogo in cui ha preso avvio il 26 aprile – e si protrarrà fino al primo maggio – la Festa del Libro Ebraico. L’incontro si pone proprio all’interno del programma fittissimo di eventi ed iniziative della quinta edizione della festa: impensabile infatti non parlare dell’attore e scrittore ferrarese di famiglia ebraica che prestò voce e volto al cinema italiano, al teatro e ai più seguiti sceneggiati televisivi.

La figura di Arnoldo Foà è delineata attraverso le immagini, e mentre scorrono proiettate le scene di Capitan Fracassa (sceneggiato di Anton Giulio Majano, 1958), de Il processo di Orson Wells (1962) e del trailer de I cento Cavalieri, film di Vittorio Cottafavi (1964), la voce di Rossatti, amplificata dal microfono e dal ligio silenzio del pubblico, ne racconta aneddoti spiritosi, sottolineando sempre “l’intelligenza viva e l’eccezionale capacità artistica”. Libro alla mano, Rossatti legge ed interpreta l’autobiografia di Foà, così che le immagini non siano semplicemente evocate ma prendano vita nella voce ora roca, ora più leggera, ora dal forte accento romano, dello stesso Rossatti: l’infanzia, i rapporti burrascosi con la famiglia, la ricerca dell’origine del proprio cognome “che si perde in Spagna, forse in una cittadina in cui i miei antenati si rifugiarono per fuggire l’inquisizione, e che poi in Italia passò attraverso gli errori di burocrati e uffici statali”. Si passa velocemente attraverso gli anni di un’Italia appena liberata che nel cinema cerca di ritrovare se stessa, ma è nel periodo precedente che si affonda, quando le leggi razziali del 1938 impediscono a Foà, giunto a Roma per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia, di proseguire gli studi e la carriera, costringendolo “ad arrangiarsi, sostituendo attori malati ed usando pseudonimi”. Nascondendosi dietro a cognomi quali Galli o Fiorentini (“che non sapevo fosse cognome ebraico a Roma”) recita nei teatri italiani e riceve lodi ed applausi, come quello “più bello, a Verona – legge ancora Rossatti – quando 20.000 persone mi applaudirono dopo l’invettiva di Bruto nel Giulio Cesare di Shakespeare, che significava applaudire chi osasse criticare il dittatore Mussolini”.

Echeggiano nella grande sala i nomi di Renzo Ricci e di Orson Wells, e l’immancabile ironia, la stessa con la quale Arnoldo Foà mise a tacere Wells “quando questo sostenne che la lingua italiana non è teatrale, e per questo non esistono grandi attori italiani”. A concludere l’incontro, una lunga clip tratta da Gente di Roma, film del 2003 diretto da Ettore Scola: è il regista campano a tracciarne un ricordo emozionato ed emozionante, riportato con maestria da Rossatti, in cui l’attore ferrarese viene descritto non solo come “doppiatore eccezionale ed attore intelligente e spiritoso, ma una persona completa e affascinante, un intellettuale”. E mentre scompare in dissolvenza l’immagine del volto di un Foà ormai vecchio e tra i fumi della pipa si spegne il suo sorriso, la voce di Rossatti si congeda.

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