Da un lavoro mal eseguito e il conseguente mancato saldo da parte del committente si è passati a una accusa, e al processo, per tentata estorsione. E ieri, davanti al giudice Matellini e al pm Antinori, sono stati condannati a 3 anni e 4 mesi e mille euro di multa Salvatore Picone e Luigi Rendola.
Nel 2007 una società immobiliare aveva affidato all’impresa artigiana di Picone dei lavori di pavimentazione di una casa in costruzione fuori Ferrara. La prima tranche venne regolarmente pagata. Non così la seconda, perché nel frattempo l’acquirente dell’immobile si trovò con i pavimenti da rifare.
E così la persona offesa, il titolare dell’immobiliare (che non si è costituito parte civile), si è ritrovato due sconosciuti che lo hanno minacciato per farsi dare i soldi che mancavano. Questo in due occasioni, il 20 e il 27 dicembre 2007, quando l’imprenditore consegna per paura di ripercussioni 2500 euro. Ai quali seguì la denuncia.
Per il primo episodio vennero indagate tre persone (i due che si presentarono fisicamente a reclamare il denaro e l’artigiano) per esercizio arbitrario delle proprie ragioni e per il secondo solo gli odierni imputati. Il terzo è uscito dal processo perché, sebbene ritenuto responsabile, il reato era procedibile solo a querela di parte e così il tribunale aveva emesso decreto di non luogo a procedere.
L’iter giudiziario proseguì per Picone e Rendola. Fino alla discussione e alla sentenza di ieri. Contro la quale con tutta probabilità farà appello l’avvocato Cristina Pellicioni, che già in sede di arringa ha sostenuto che l’ipotesi a suo avviso più corretta di qualificazione del reato era quella di esercizio arbitrario della proprie ragioni dal momento che uno dei due imputati vantava un credito da prestazione professionale per ragioni lavorative, tanto che si era rivolto a un legale per diffidare la controparte.
Tesi difensiva non accolta dal tribunale, che depositerà le motivazioni tra 45 giorni.
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