La Prefettura bacchetta il Comune di Ferrara in tema di democrazia e rispetto della minoranza. Il richiamo arriva in merito alla delibera adottata dalla Commissione statuto che dovrà presentare al consiglio le proposte di modifica approvate al suo interno. Qui sta il punto controverso: le proposte approvate e solo quelle. Mentre invece, a parere della Prefettura, andrebbero portate all’attenzione dell’organo legislativo tutte le proposte di modifica, anche quelle respinte, per permettere al consiglio di “avere consapevolezza della discussione” avuta in commissione.
A maggior ragione perché per venire approvati dalla commissione, gli emendamenti allo statuto devono essere votati da una maggioranza di ben due terzi dei componenti: in sostanza, senza l’avvallo del Pd le proposte non possono arrivare all’esame e alla conoscenza dei consiglieri comunali.
Il problema era stato sollevato da Valentino Tavolazzi di Progetto per Ferrara, che interrogò la prefettura sul punto, ricevendo lo scorso 30 aprile il parere che dava ragione alle sue rimostranze. E non è la prima volta che l’organo periferico del ministero dell’Interno interviene su “vertenze” di questo tipo. “Era già accaduto – ricorda Tavolazzi – quando il presidente del consiglio Colaiacovo si era rifiutato di consegnare le registrazioni audio di alcune sedute della conferenza dei capigruppo, sostenendo che non era obbligato a farlo. La Prefettura intervenne con competenza e tempestività, costringendo Colaiacovo a fare marcia indietro”.
Ma quest’ultimo caso, secondo Tavolazzi, “è assai più grave: il Pd, puntellato da alcuni gruppi di opposizione, pretende di impedire discussione e votazione in consiglio comunale delle proposte di Ppf, preventivamente bocciate in commissione dallo stesso Pd”. Un modo poco ortodosso “anche per sottrarre il partitone al giudizio degli elettori, a seguito del suo voto contrario a modifiche importanti, che vanno nella direzione della trasparenza e del coinvolgimento della popolazione nelle scelte che la riguardano”.
Le proposte di modifica cui accenna Tavolazzi riguardano: commissione permanente di garanzia e controllo; consultazione popolare; controllo delle associazioni destinatarie di contributi pubblici; riduzione delle firme per le iniziative popolari; ammissibilità del referendum popolare; istruttoria pubblica nei procedimenti amministrativi; diritto di accesso da parte dei cittadini; pubblicazione nel sito del Comune di tutti gli atti; nomina dei rappresentanti nelle società collegate; riduzione dei contratti a tempo determinato per dirigenti ed alte specializzazioni; criteri di merito per l’assegnazione delle funzioni dirigenziali; responsabilità dei dirigenti e revoca anticipata delle funzioni dirigenziali da parte del sindaco.
Dopo le proteste in commissione, Tavolazzi si è quindi rivolto alla prefettura che, in assenza di previsioni normative specifiche, si è richiamata, da una parte, ai principi fondamentali che reggono gli atti amministrativi e, dall’altra, alla finalità della costituzione delle commissioni consiliari.
Ecco allora che da Corso Ercole I d’Este ricordano che il fine della commissione Statuto è quello di “agevolare e semplificare la discussione del Consiglio nel suo plenum, ma non di annullarla del tutto, senza dar conto in alcun modo del procedimento che ha determinato la decisione, mortificando peraltro la funzione tipica di indirizzo e controllo del Consiglio quale espressione di maggioranza e minoranza”.
L’auspicio di Palazzo Giulio d’Este è che venga riconvocata la Commissione per “eventualmente approvare una integrazione alla delibera già adottata che evidenzi l’iter logico in base al quale le singole proposte di modifiche statutarie sono state approvate o respinte”.
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