Cronaca
31 Gennaio 2012
Omicidio Zambelli. Il pm chiede 10 anni. Le parti civili una “pena esemplare”

In poche ore il destino di due famiglie

di Marco Zavagli | 4 min

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Filippo Zambelli

Ore di attesa ieri pomeriggio per due famiglie. Quella di Filippo Zambelli e quella di Matteo Ricci. Si è conclusa la fase della discussione intorno alle 15, con la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe di parti civili, che hanno incentrato i loro interventi su “una morte assurda”, avvenuta per “un’unghia rotta”, e quelle della difesa, che sostiene come la provocazione sia alla base di un evento imprevedibile nelle sue conseguenze.
Tra poche ore sarà la Corte di Assise a decidere quale condanna (la colpevolezza non è in discussione, si dibatte sulla quantificazione della pena) comminare a Ricci, ferrarese di 31 anni accusato di omicidio preterintenzionale, per quel pungo dato all’uscita della discoteca Renfe il 13 gennaio di un anno fa che provocò, secondo l’accusa, il successivo decesso – dopo due giorni di coma – di Zambelli, 38enne ferrarese, padre di due figli.
Il pm Filippo Di Benedetto non ha avuto dubbi sulla natura di quella “triste vicenda”: omicidio preterintenzionale. Perché Ricci voleva colpire l’avversario, ma senza la volontà di ucciderlo. Data la gravità del fatto, però, la pena chiesta dalla pubblica accusa, considerate le attenuanti (compresa quella generica dell’essere incensurato), deve essere di dieci anni. All’imputato il pm concede la scusante del comportamento avuto una volta a conoscenza del decesso, quando rese immediata confessione in procura. Non riconosce però il fatto della provocazione. E questo per quanto avvenne dopo l’episodio fatale.
Pena troppo tenue secondo le parti civili. A cominciare da Fabio Anselmo, che assiste la madre di Zambelli. L’avvocato rimarca la futilità che ha dato origine al tutto: una lite all’interno del locale perché “Filippo, grande e grosso com’era, ballando dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, urta involontariamente la fidanzata di Ricci, Valentina Loberti”. Da quell’episodio scatta la “volontà di vendetta”: Ricci “non ha bevuto, lo dice lui stesso, è in perfette condizioni valutative”. Mentre Zambelli “al di là delle parole che usa con i buttafuori, ormai fuori della discoteca, non è aggressivo”.
“Tutto sarebbe finito lì”, immagina Anselmo: “la vittima stava andando a casa, si era incamminato verso la propria auto. È vivo”. Ma, questo, secondo la ricostruzione dell’avvocato “non va bene, bisogna dargli una lezione e si vuole scatenare lo scontro. Per questo la Loberti esce subito per fumarsi, dice, una sigaretta. Zambelli nemmeno la riconosce e consegna la giacca a Ricci. Lei la prende e gliela getta in faccia”. Qui la reazione. E il pugno. E “mentre Zambelli se ne va viene raggiunto da tre persone, accerchiato. E Ricci, forte della presenza dei compari, lo colpisce. Questa è una vera e propria aggressione”. Che non finisce con il pugno. “Mentre rantolava – ricorda il legale – lo hanno colpito con dei calci. Nemmeno il rumore sordo della testa che colpiva l’asfalto li ha fatti desistere.”.
A questo punto Anselmo contesta la stessa natura del reato: “non omicidio preterintenzionale, ma dolo eventuale, perché Ricci ha accettato il rischio della morte. E la giurisprudenza vuole che in questo caso si risponda di omicidio volontario”. Perché “non possiamo parlare di violenza modesta o di provocazione. Questa è stata una vendetta”.
Anselmo, al termine della sua arringa, regala anche un piccolo colpo di scena. Una lettera della zia di Filippo, che riporta conversazioni su Facebook avvenute in seguito all’omicidio da parte di amici o conoscenti del’imputato: “si evince una preoccupazione che non è certo dolore per quanto compiuto – scrive la parente -; non c’è nessuna forma di pentimento e rimorso in qui colloqui. E d’altronde mai nessuno, né i parenti di Ricci né lo stesso Ricci, ci hanno mai detto un ‘mi dispiace’”.
“Non c’è ombra di dubbio su quanto successo”, aggiunge l’avvocato Barbara Simoni, secondo la quale “la Corte deve riflettere sull’elemento psicologico che ha contraddistinto l’azione dell’imputato”.
Su quanto avvenne dopo lo scontro si sofferma Elisa Cavedagna, che rappresenta il figlio minore di Zambelli, ricordando il momento in cui la vittima crolla sull’asfalto. “Tutti si rendono conto di quanto successo. Ricci invece rientra nel locale e aspetta la chiusura. Nemmeno si preoccupa di dire ai buttafuori all’entrata di chiamare un’ambulanza. Per lui è tutto normale. Tanto che dopo, insieme al Mohat, va a prendersi una piadina come tutte le altre serate”. E davanti al titolare della piadine ria “si vanta di avergli dato un pugno. Poi è andato a letto e il giorno dopo al lavoro. Come se nulla fosse successo. È giusto accordagli le attenuanti generiche?”.
L’avvocato Cavedagna contesta infatti anche la tempistica della confessione, “avvenuta solo dopo che i carabinieri sono andati a prenderlo. Perché non ha confessato il giorno dopo, quando ha saputo che Zambelli era in coma?”. Una domanda che si chiederà anche l’assistito del legale, “il figlio che ha solo cinque anni. Non credo di dover aggiungere altro”.
L’altra figlia è difesa invece dall’avvocato Alessandro Todesco, che parla di “futilità dei motivi” e di “condotta decisamente sproporzionata di colui che aggredisce un padre di famiglia per un motivo inesistente, un’unghia spezzata. La madre dovrà spiegare che il papà una notte non è tornato a casa per colpa di un’unghia rifatta”. Quanto al pentimento, Todesco ricorda che Ricci “è tornato dalla fidanzata col pungo alzato, in onore di una lei, come un cavaliere che si vanta dell’impresa. È difficile non chiedere una pena esemplare”.

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