Spaccio nel sottomura. Arrestato 40enne con crack, eroina e cocaina
È stato sorpreso nei giardini con accesso da via Mura di Porta Po con diverse dosi di stupefacenti già confezionate e pronte per essere cedute
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Nella foto, il diagramma della presunta spartizione
Un processo “sfuggito di mano alla Procura”, “basato sull’unica testimonianza non autentica né genuina”. Per undici ore ieri gli avvocati delle difese hanno cercato di demolire l’impianto accusatorio della pm Patrizia Castaldini, che chiede due anni e mezzo di condanna per abuso d’ufficio per Enrico Pocaterra (all’epoca dei fatti responsabile dell’Ufficio Infrastrutture del Comune di Ferrara, oggi mobility manager e dirigente del servizio Mobilità e traffico) e due anni per tutti gli imprenditori imputati di turbativa d’asta (per la presunta spartizione a tavolino di 28 appalti avvenuta nel 2005).
Si è conclusa la fase della discussione del processo Appaltopoli, con le arringhe difensive degli avvocati. Arringhe che hanno cercato, come già in sede di controesame, di demolire la credibilità della “grande accusatrice” Maria Amoruso. Mentre lei, ingegnere del Comune, era in aula a prendere appunti, seduta in platea, i difensori “hanno continuato a strapazzarla”, per usare la parole dell’avvocato Alessandro Mayer, legale di Enrico Petelio di Sintexcal.
Il primo a vederla “interprete di una sceneggiata giudiziaria è Carlo Bergamasco, difensore dell’imprenditore Sergio Ambrosone, titolare di Tubi Costruzioni, che parla di moventi fatti di “astio e odio”. Bergamasco contesta anche il presunto vantaggio che il suo assistito avrebbe percepito dall’altrettanto presunto accordo spartitorio dei lavori. Non varrebbero a provarlo nemmeno le parole “sospette” finite nelle intercettazioni: “per ‘studiare un lavoro’ si intende prendere gli elaborati tecnici, fare la simulazione di cantiere e capire il margine che la ditta può ottenere da quel lavoro”. Intercettazioni “tra l’altro successive – aggiunge Bergamasco – al periodo oggetto di contestazione”.
Di ingiusto profitto (elemento integrante della turbativa d’asta) non si potrebbe nemmeno parlare per Enrico Petelio, “cui si contesta di aver pilotato una gara al cui esito non aveva il benché minimo interesse”, come sottolinea l’avvocato Mayer. Che va a difendere indirettamente Pocaterra, “il cui fine è stato quello di far risparmiare la pubblica amministrazione e rendere possibile una serie di lavori urgenti e necessari”. A differenza della Amoruso, “di cui tutto si può dire fuorché che sia una santa Maria Goretti, mossa invece da spirito di rivalsa e motivazioni anche politiche”.
Sulla spontaneità e genuinità della teste principale del pm si è soffermato anche l’avvocato Pasquale Longobucco, difensore – insieme a Claudio Maruzzi – di Umberto Baraldi di EuroTech, che ricorda come il fax presentato dall’Amoruso “non abbia i requisiti minimi per essere una prova attendibile: manca il numero di protocollo, la foliazione nel rapporto di invio e nessuno dei testimoni dice di averlo mai visto. E, soprattutto, entra nel processo perché è lei stessa che lo porta in aula. Siamo al di fuori di ogni logica processuale”.
Quanto alla posizione di Baraldi, “i lavori contestati (rifacimento e manutenzione di strade e marciapiedi gravemente dissestati) erano di assoluta urgenza e si dovevano fare con quelle modalità tassativamente entro la fine del 2005, pena la perdita dei finanziamenti comunitari, con conseguente danno per i cittadini. Il Comune si è organizzato per fare in modo che quei lavori fossero completati entro quel termine, accelerando al massimo le procedure. Che il danno non vi sia stato per il Comune è dimostrato dal fatto che esso non si è costituito parte civile e che, anzi, i funzionari sentiti al processo hanno validato l’operato di Pocaterra”.
L’udienza è stata aggiornata al 10 febbraio per le repliche ed eventualmente la sentenza.
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