Cronaca
5 Febbraio 2011
Processo Appaltopoli. Ascoltati in aula l’ex assessore Bariani e i consiglieri Brandani e Simone Lodi

Intercettazioni, minacce e paure entrano in aula

di Marco Zavagli | 4 min

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Testimoni eccellenti ieri al processo Appaltopoli. Un ex assessore e due consiglieri comunali sono stati chiamati a deporre sulla regolarità dei famosi 28 appalti contestati dalla procura al dirigente del Comune di Ferrara Enrico Pocaterra e a 12 imprenditori con accuse a vario titolo per abuso d’ufficio e turbativa d’asta.
Nel bilanciamento degli interessi delle parti, gli esami, nell’ordine, di Claudio Bariani, Enrico Brandani e Simone Lodi sono andati alla fine dei conti a sfavore dell’impianto accusatorio della pm Patrizia Castaldini. In estrema sintesi, tutti e tre hanno detto di non aver ravvisato nulla di anomalo nell’assegnazione dei lavori oggetto del processo.
Per Bariani, l’ex assessore della giunta Sateriale dimessosi improvvisamente nel dicembre 2006 (ai cronisti che fuori dall’aula gli chiederanno i motivi giustificherà la decisione con “divergenze di opinioni sulle spese generali”), non c’era nulla di strano nel separare i 28 mini appalti oggetto di quello che l’accusa ritiene una spartizione decisa a tavolino.
E nemmeno per Brandani, allora capogruppo di An, e Simone Lodi, consigliere comunale della stessa forza politica. Proprio loro furono i firmatari di una interpellanza, datata18 dicembre 2006, per chiedere all’assessore ai lavori pubblici, Bariani appunto, motivi e modalità di assegnazione di quei lavori.
Sempre loro chiesero il 17 gennaio 2007 la costituzione di una commissione di indagine per l’appalto relativo alla pista ciclabile di Francolino, i cui lavori erano stati revocati alla ditta Ricostruzione Appalti della famiglia Lombardo. Ancora loro depositarono, il 9 marzo dello stesso anno, un esposto in procura in riferimento a quell’opera. Nessuno dei due però si informò sugli sviluppi di quell’iniziativa giudiziaria.
Non convinta la pm Castaldini fa notare che i due politici presentarono l’interpellanza il 18 dicembre 2006. Nel documento si faceva notare che “la rosa delle ditte aggiudicatrici degli appalti si riduce a nove unità, con tre ditte che si aggiudicano oltre il 50% dei lavori”. Ma la documentazione relativa ai 28 lavori sotto inchiesta arrivò solamente il 10 gennaio 2007. “Come facevate a sapere già il 18 dicembre che le ditte erano solo nove e che tre di queste avevano ottenuto oltre la metà dei lavori?”.
La difesa, invece, si informa sulle minacce ricevute da Brandani nel 2007. “Fui avvicinato dall’allora consigliere Grillo, che mi disse di stare attento, che i Lombardo sono calabresi, che non ci mettevano niente a far venire parenti dall’Aspromonte…”. Un avvertimento che “presi sul ridere”. Salvo però informare successivamente “un agente della Digos che conoscevo”.
In aula emerge anche l’incontro, definito “una coincidenza” dai diretti interessati, con Sergio Ambrosone, uno degli imputati, ebbe con Brandani e Lodi. Secondo i verbali degli interrogatori dei carabinieri, redatti nel 2007, Ambrosone disse a Lodi di “smettere di creare problemi perché a Ferrara dovevano lavorare le ditte locali”.
Dall’esame di Lodi sono emersi poi i suoi rapporti con Annunziato Lombardo. L’imprenditore finì a sua volta nel mirino della procura, per poi essere prosciolto dall’accusa di istigazione alla corruzione. La “dritta” di informarsi su quei 28 appalti arrivò proprio da Lombardo. “Chiese a me e a Brandani – conferma il consigliere – di verificare se i lavori venivano fatti bene in tutte le 8 circoscrizioni. Si sentiva escluso”. Questo perché il tribunale di Palmi inviò la dichiarazione di fallimento della ditta che faceva capo a Lombardo, “una sorta di diffida”, come spiega a margine dell’udienza la pm Castaldini.
“All’epoca lo frequentavo. Ero in rapporti di amicizia. Adesso non lo vedo. L’ho visto l’ultima volta più di un anno fa”. Un’amicizia che lo portò, nel corso di una telefonata, ad avvertire il costruttore edile di stare attento, che poteva avere telefoni sotto controllo. “Un giorno – spiega Lodi – un operaio dei Lombardo che stava svolgendo alcuni lavori in casa mia notò degli uomini sopra l’argine che ci stavano filmando. Presi lo scooter e li raggiunsi. Presi il numero di targa e lo feci esaminare a un mio amico carabiniere e seppi poi che apparteneva a una vettura dell’Arma. Mi impaurii”.
A quello stesso amico carabiniere chiese poi, come gli ricorda l’avvocato Pasquale Longobucco della difesa, se “avendo saputo dei precedenti di “Tito” (il soprannome di Annunziato Lombardo, ndr), avessi qualcosa da temere dai Lombardo”. “Le solite chiacchiere che si fanno”, taglia secco in aula Lodi.
In alcune intercettazioni, infine, Lodi consiglierebbe Lombardo sulle sue finanze: “i soldi, mettili a sicuro subito”, legge dai verbali la Castaldini, “per chiarire – dice il magistrato – i rapporti del teste con l’imprenditore”.
Proprio Annunziato Lombardo doveva presentarsi ieri in aula come testimone. Al suo posto è arrivato un fax. Un certificato medico semi illeggibile, in lingua straniera, giudicato non sufficiente dal giudice come giustificazione. Per questo il presidente del tribunale ne ha disposto l’accompagnamento coatto per la prossima udienza, fissata per il 4 marzo.

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