Il cvm non fa male. O almeno non è provato. È l’affermazione cui sembrano arrivare i due consulenti della difesa sentiti ieri in tribunale nel corso del processo Solvay. Davanti al giudice Diego Mattellini, l’epidemiologo Carlo Zocchetti e l’esperto di biologia molecolare Tommaso Dragani hanno contestato l’esistenza di un nesso di causalità tra esposizione a cvm e insorgenza di tumori.
Le loro controdeduzioni rispetto a quanto prodotto nelle udienze precedenti da parte dei consulenti della procura partono dalla demolizione dello studio dello Iarc: “l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha un approccio epidemiologico e non scientifico; lo Iarc non è quindi l’organo deputato a provare in maniera empirica la possibilità che un elemento possa essere pericoloso per la salute, ma piuttosto a dare direttive di sicurezza sul luogo del lavoro in via preventiva”.
I due consulenti hanno contestato anche la validità di un’altra pietra miliare nel campo: lo studio di Christie Ward su cirrosi epatica ed esposizione a cloruro di vinile monomero. Secondo Zocchetti quelle relazioni sono state fatte a posteriori, una volta insorta la patologia, e il campionamento non è avvenuto sul luogo di lavoro, ma successivamente al contatto con il cvm, quindi con differenti gradi e modalità di esposizione rispetto al lavoro in fabbrica.
Anche dalle analisi su animali in laboratorio, come ha sostenuto Dragani (tra l’altro membro dello Iarc fino al 2007) , “si deduce che il cvm non è collegato a malattie del fegato”. La prova starebbe nel “rapporto dose-risultato: aumentando la dose di cvm non c’è nessun aumento della malattia e dei casi di persone che si ammalano al fegato”.
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