Incendio al Grattacielo di Ferrara, evacuata la torre B
Un vasto incendio ha colpito il Grattacielo di Ferrara nelle prime ore di domenica 11 gennaio, provocando l’evacuazione completa della torre B
Un vasto incendio ha colpito il Grattacielo di Ferrara nelle prime ore di domenica 11 gennaio, provocando l’evacuazione completa della torre B
Mentre prosegue lo sforzo di forze dell'ordine e Protezione civile per accogliere gli sfollati del Grattacielo, mancano ancora all'appello alcuni appartamenti. Al via operazioni anti-sciacallaggio
È stata attivata l'accoglienza al Palapalestre di via Tumiati all'angolo con via Porta Catene per le persone evacuate dalla torre B del Grattacielo di Ferrara, dichiarata inagibile dopo l'incendio
"Abito all'undicesimo piano, da me non c'era fumo, solo un forte odore di bruciato. Ma vedendo la gente che scendeva sono uscita anche io". È una delle residenti della torre B del Grattacielo di Ferrara
I Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Ferrara, nel corso delle festività natalizie, hanno intensificato i controlli finalizzati a prevenire e reprimere i fenomeni dello sfruttamento del lavoro e di quello sommerso
Una “grave patologia psichiatrica di cui era ed è tuttora affetto, che gli impedì di autodeterminarsi e inoltre di comprendere, con pienezza di significato, la conseguenza dei suoi atti”. È quella che ha spinto la Corte d’Assise del tribunale di Ferrara ad assolvere perché totalmente incapace di intendere e di volere Stefano Franzolin, il 49enne che soffocò con un cuscino la madre, la 75enne Alberta Paola Sturaro.
Lo si legge nelle ottanta pagine di motivazioni della sentenza scritte dal presidente estensore, il giudice Piera Tassoni, e dal giudice estensore Silvia Marini, in cui viene ricostruito quanto accadde nella mattinata del 22 marzo 2021, nella casa di via Ghiara, che l’uomo condivideva insieme alla madre e ai fratelli Alessandro e Silvia.
Le conclusioni del tribunale, quindi, confermano che Franzolin “agì, uccidendo la madre, in assenza della capacità di volere, conservando seppur grandemente scemata la capacità di intendere“, sottolineando poi come – anche sulla base di quanto evidenziato dagli esami svolti dal perito Giuseppina Meloni – “non v’è chi non veda come sia descritto un soggetto affetto da un vizio totale di mente, stante l’assenza totale in lui di capacità di volere”.
Quanto all’omicidio della donna, i giudici evidenziano come “la condotta dell’imputato può collocarsi tra le 6 e le 7 del 22 marzo, orario compatibile con l’arco temporale indicato dal medico legale” e “non vi è motivo di dubitare che l’azione violenta sia stata scatenata dalle frasi proferite dalla madre, che paragonava Stefano (Franzolin, ndr) – legato alla madre da un rapporto simbiotico – al padre, figura per lui estremamente negativa”.
“Udite quelle parole – si legge – l’imputato entrava nella camera; più volte ha dichiarato che era ancora al buio, per cui procedeva a tentoni, ma riusciva a intravedere il letto e le ombre grazie alla luce che filtrava dall’ultima finestra, che era accostata. Le condizioni psicofisiche alterate dell’imputato durante l’agito omicidiario – vanno avanti i giudici – gli impedivano successivamente di ricordare con precisione l’accaduto, in particolare la sua posizione e nello specifico quale dei cuscini aveva utilizzato. È verosimile, alla luce di quanto accertato con la consulenza genetica – scrivono -, che il cuscino utilizzato sia stato quello inferiore tra i due posti sotto il capo della madre”.
Nella sentenza c’è spazio anche per alcune considerazioni sui movimenti degli altri due fratelli, successivi alla morte della donna: “Prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, anche per un considerevole lasso temporale, la stanza è stata a disposizione di tutti i fratelli; anche Alessandro e Sonia si sono soffermati al capezzale della madre”. Secondo i giudici, però, “le condotte successive al decesso di tutti e tre i fratelli appaiono in realtà poco logiche e quasi inverosimili se non lette in quel particolare contesto familiare”.
Il riferimento – spiegano in conclusione- è al fatto che “nessuno si premura di chiamare nell’immediatezza il 118 per avere la certezza dell’exitus (il decesso, ndr), o le forze dell’ordine a fronte del comportamento aggressivo di Stefano verso il fratello (lo avrebbe colpito in testa e minacciato con un pentolino, ndr)”. Un aspetto, questo, su cui aveva insistito anche l’avvocato Alberto Bova – difensore di Franzolin – durante la discussione in aula, affermando che “nessuno in quella casa chiama il 118, o la polizia, o i carabinieri. E a nessuno è venuto in mente di provare a rianimare la madre, a praticarle il massaggio cardiaco”.
Oggi, dopo un periodo di detenzione nel carcere di via Arginone, Franzolin è stato trasferito nella Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Reggio Emilia. Dove rimarrà per almeno dieci anni.
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