Lo avrebbero aggredito per rubargli 40mila euro in bitcoin che aveva nel proprio telefono cellulare. Sarebbe questo il movente della rapina avvenuta nell’agosto 2023 in un appartamento di Malborghetto, ai danni di un giovane ferrarese. Ad agire una banda di quattro persone. Due sono già state condannate dietro rito abbreviato: Alessandro “Caso” Casolari, 59 anni, storico esponente del Gruppo d’Azione, e il sodale Roberto “Gildo” Roma, 52 anni. Un terzo ha patteggiato. Oggi a processo è rimasto solo il quarto, un 23enne.
Il retroscena è emerso ieri (giovedì 29 ottobre) mattina, davanti al collegio del tribunale di Ferrara, durante l’ultima udienza del procedimento a carico di quest’ultimo. Tre le accuse di cui deve rispondere: rapina aggravata, sequestro di persona e indebito utilizzo di strumenti di pagamento.
In aula sono state ascoltate alcune persone, tra cui proprio il giovane aggredito, ritenuto il testimone chiave dell’intera vicenda. All’epoca amico del 23enne attualmente alla sbarra, ha raccontato di essere stato attirato proprio da lui in quell’appartamento. “Appena entrato in casa – ha spiegato – sono stato aggredito da Casolari. Era in tuta mimetica e passamontagna, aveva con sé un taser e una pistola”. Poi il racconto è entrato nel vivo del sequestro: “Mi hanno legato con le fascette da elettricista e lo scotch, anche sulla bocca e sugli occhi“.
Il ragazzo ha proseguito: “Hanno provato a sbloccarmi il telefono con il Face ID, ma avevo la faccia tumefatta e non ci sono riusciti. Ho quindi dato i miei codici di sblocco e quelli bancari. Mi hanno preso le chiavi di casa, 100 euro, oltre che una Postepay con cui hanno fatto un prelievo di 40 euro. Mi hanno anche strappato un orecchino in oro bianco“. Chiuso in una stanza, una volta lasciato solo, è riuscito successivamente a liberarsi usando tutta la propria forza, rompendo le fascette e utilizzando un chiodo per tagliare lo scotch.
Poi, “tutto sanguinante”, la scelto di fuggire dalla finestra. “Ho avuto timore per la mia vita” ha affermato.
Sull’ex amico e attuale imputato, indicato come presunto organizzatore del colpo, la vittima ha detto di aver solo sentito dire che sarebbe stato lui “la mente” del raid, senza però aver mai avuto la certezza che in quel momento fosse all’interno dell’abitazione, dato che alcuni dei presenti avevano il volto coperto. Di parere diverso un altro testimone invece, sentito sempre durante l’udienza di ieri mattina, che ha collocato l’imputato nell’appartamento durante le fasi concitate della rapina.
Nel giovane – come riferito in aula – è rimasto comunque un sospetto del coinvolgimento del 23enne nella vicenda, legato a un episodio per certi versi analogo, accaduto qualche tempo prima quell’agguato.
In quella circostanza aveva preso appuntamento con l’amico imputato per una consegna di droga a domicilio e, quando l’imputato gli aveva detto di essere sotto casa, coincidenza vuole che avessero bussato alla porta due uomini con passamontagna e distintivo da vigilante giurato, con un presunto mandato di perquisizione. Lo avevano chiuso in camera e uno dei due gli aveva tirato uno schiaffo. Poi erano fuggiti, quando il compagno della madre aveva detto che avrebbe chiamato i carabinieri.
Il procedimento tornerà in aula il 10 dicembre.
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