Politica
11 Ottobre 2026
La mobilitazione chiamata da Ferrara per la Palestina per chiedere lo stop alle forniture militari a Israele e il ritiro delle misure contro il dissenso: "Il 7 ottobre è resistenza"

“Fermare genocidio ed economia di guerra”: un centinaio in piazza per Gaza

di Redazione | 4 min

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di Tommaso Piacentini

Anche Ferrara si aggrega alle mobilitazioni indette dalle realtà palestinesi di tutto il Paese per esprimere solidarietà al popolo palestinese e chiedere “la fine del genocidio”. Un centinaio le persone scese ieri pomeriggio – sabato 10 ottobre – in piazza Cattedrale, dove il gruppo Ferrara per la Palestina ha organizzato una manifestazione a tre anni dall’inizio del genocidio.

Tra kefiah e le bandiere della Palestina mosse dal vento, spuntano due cartelli, ognuno con la fotografia di un bambino e una scritta: “Sono un bambino che lotta per la pace e la giustizia, ma nonostante questo, hanno voluto silenziare la mia voce. Sono stato colpito da un missile lanciato da un aereo che mi ha fratturato il cranio, e sono quasi morto, ma Dio è più grande e più forte di tutti loro. Sto soffrendo per la mia ferita, ma non mi sono arreso, e sto ancora lottando per la libertà e la pace”.

È Silvia a portare questi cartelli e a spiegarci chi sono quei due bambini: “Sono due bambini che sto seguendo su Facebook e Instagram: uno è Ibrahim che ha due pagine social, una in arabo e una in italiano e l’altro è Haitham. Sono bambini super talentuosi e intelligenti, Haitham ha degli zii nel Regno Unito e sta cercando di uscire da Gaza, Ibrahim è stato colpito da una scheggia al cervello ed entrambi vivono in tenda”.

Un modo, quello di Silvia, per riportare l’attenzione non solo su questi due bambini, ma su una delle emergenze che colpiscono la striscia di Gaza da ormai tre anni, ossia le vittime in età infantile: “Migliaia come Haitham e Ibrahim” come ha detto Silvia, 21.524 come riporta il
Ministero della Salute palestinese.

C’è un altro ragazzo nella folla, E., che porta al collo un cartello con la scritta “Blocchiamo tutto!”: “Siamo scesi in piazza per chiedere la fine di un genocidio e della partecipazione dell’Italia al finanziamento dell’apartheid a Gaza. L’Italia ancora manda finanziamenti, collabora con Israele, la Leonardo manda ancora armamenti. Chiediamo lo stop all’economia di guerra dell’Italia”.

La tensione è palpabile, forse l’effetto del Ddl 1004 “antisemitismo”, anche se non ancora approvato, rende i partecipanti più sospettosi e
meno inclini alle dichiarazioni, tanto da chiedere a E. di rimanere nell’anonimato.

C’è anche lo “stop alla criminalizzazione del dissenso” tramite il “ritiro immediato del Ddl antisemitismo” tra le istanze presentate da Ferrara per la Palestina a cui ha dato voce la rappresentante Nesrin: “Chiediamo lo stop alla guerra e all’economia di guerra, il blocco immediato del riarmo contro l’aumento della spesa militare e dell’invio, vendita e transito delle armi da e verso l’entità sionista, la rescissione da ogni accordo di cooperazione militare, economica e accademica, il ritiro immediato del Ddl antisemitismo e dei cosiddetti decreti Sicurezza e di tutte le misure repressive contro il movimento di solidarietà”.

“Non meno importante – ha concluso Nesrin – la libertà dei prigionieri politici in Italia: liberazione immediata per Anan Yaeesh, Ahmed Salem, Mohammed Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly, Riyad Albustanji e Abdelnuti Abunada”.

È poi Adam di Ferrara per la Palestina a ricordare gli avvertimenti lanciati dalle associazioni pro-Pal sui rischi di un genocidio a Gaza: “Noi avevamo avvertito fin dal primo giorno che a Gaza era in corso un genocidio, ci sono voluti anni prima che le persone e le forze politiche aprissero gli occhi, o smettessero di far finta di non vedere”.

“E adesso qual è la situazione? La situazione è che siamo in un mondo dove la parola pace, diplomazia, giustizia, diritti, libertà sono scomparse dal vocabolario. E sono scomparse dal vocabolario perché siamo in un mondo in guerra, perché siamo in guerra e
i nostri governi vogliono fare e vincere la guerra!”, ha aggiunto.

Una vera e propria economia di guerra, quella ricordata da Adam, in cui “il governo italiano ha intenzione di portare le spese militari al 5% del Pil entro il 2035” e in cui l’articolo 11 della Costituzione viene trasgredito, a partire dall’invio di armi dal porto di Ravenna: “Qualcuno ve l’ha detto che l’Italia è entrata in guerra? A partire da un’inchiesta della giornalista indipendente Linda Maggiori, in cui chiedeva chiarimenti sui carichi di armi che partono tutt’oggi dal porto di Ravenna verso Israele, l’Agenzia delle dogane ha rifiutato di fornire i dati. La giornalista ha fatto ricorso al Tar che le ha dato in parte ragione, e l’agenzia delle dogane, tramite l’avvocatura dello Stato italiano, il 27 agosto ha dichiarato
che il porto di Ravenna riveste un’importanza militare strategica, che i dati sulle armi mandate ad Israele non possono essere rilasciati perché comprometterebbero la sicurezza nazionale e hanno detto ufficialmente, dentro un tribunale, che: ‘È in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia’, testuali parole”.

Infine, la presa di posizione sul 7 ottobre: “La violenza dell’occupato non può mai essere messa sullo stesso piano di quella dell’occupante – ha dichiarato Adam -. Oggi lo diciamo in pubblica piazza, il 7 ottobre è stata una giornata e un’azione di resistenza, un’azione armata di resistenza di un popolo occupato contro il proprio occupante. Questo è stato il 7 ottobre. E noi siamo e saremo sempre dalla parte della resistenza palestinese, dalla parte del nostro popolo, decreto antisemitismo o meno”.

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