Cronaca
9 Ottobre 2026
A parlare in aula e ripercorrere le indagini è il luogotenente Davide Bruni dei carabinieri. Il disappunto dell'imputato: "Stai raccontando le barzellette"

Omicidio in corsia, i sospetti sull’infermiere nelle intercettazioni dei colleghi

di Davide Soattin | 5 min

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Argenta. Sono le intercettazioni, telefoniche e ambientali, a ricoprire un ruolo centrale nell’impianto accusatorio del processo a carico di Matteo Nocera, l’ex infermiere 44enne di Argenta alla sbarra per l’omicidio volontario pluriaggravato di Antonio Rivola, l’83enne morto il 5 settembre 2024 mentre era ricoverato nel reparto di Lungodegenza Post-Acuzie Riabilitativa Geriatrica dell’ospedale Mazzolani-Vandini. Un materiale probatorio che non raccoglie solamente le conversazioni dell’imputato con i familiari, ma anche i dialoghi tra i colleghi di reparto.

La centralità è stata evidenziata nell’udienza di ieri – giovedì 8 ottobre – davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Ferrara, dove è stato sentito il luogotenente Davide Bruni, chiamato a ripercorrere le fasi dell’inchiesta. Un’inchiesta nata dalla segnalazione di alcune infermiere circa l’ammanco di alcune fiale di Midazolam, un potente sedativo ospedaliero, nelle notti tra il 13 e il 14 e tra il 23 e il 24 settembre, e dal sospetto di un possibile collegamento con due morti avvenute in reparto: quello di Antonio Rivola e quello della 90enne Floriana Veronesi (morta il 24 settembre).

Durante le due notti finite sotto la lente, Nocera era l’unico in servizio nel settore dove erano state rinvenute le fiale vuote. Parliamo di un reparto che ospita circa venti pazienti, suddivisi tra settore giallo e settore rosa, dove di notte prestano servizio solo due infermieri, uno per settore. Gli inquirenti hanno quindi sequestrato gli alibox, i contenitori in cui erano state trovate le fiale, e avviato le intercettazioni. Oltre all’attuale imputato, ad essere attenzionati anche tutti gli altri colleghi. “Per noi l’indagine andava fatta a 360 gradi“, ha spiegato l’investigatore dei carabinieri in aula.

Alla fine le indagini coordinate dalla Procura escluderanno qualsiasi coinvolgimento di Nocera nella morte di Veronesi.

Diverso il caso di Rivola, per il quale il 44enne è stato rinviato a giudizio. Gli accertamenti tossicologici hanno però escluso la presenza di Midazolam nel corpo dell’83enne, che era ricoverato nello stesso settore in cui la sera della morte prestava servizio l’imputato. Secondo l’accusa sostenuta dal pubblico ministero Barbara Cavallo, l’anziano avrebbe invece ricevuto senza alcuna finalità terapeutica (perché finalità terapeutiche non le ha) un altro tipo di farmaco: l’Esmeron. Si tratta di un miorilassante impiegato in medicina d’urgenza per facilitare l’intubazione durante gli interventi in anestesia generale e che richiede il supporto della respirazione artificiale. In assenza di questa assistenza, può avere effetti letali perché impedisce al paziente di respirare autonomamente.

L’Esmeron, in un primo momento, non era mai stato preso in considerazione dagli inquirenti. Erano arrivati a cercarlo solo dopo alcune intercettazioni in cui i colleghi dell’infermiere facevano riferimento a “un utilizzo anomalo di alcuni farmaci”. Da lì, ha precisato Bruni, “è stato ampliato lo spettro degli accertamenti a tutti i farmaci” fino a trovare la molecola di Esmeron che era stata isolata dopo gli esami medico-legali eseguiti su Rivola. Gli inquirenti hanno poi riscontrato l’ammanco di quattro fiale di Esmeron a febbraio 2025, quando però Nocera era già stato sospeso.

Come causa ufficiale della morte di Rivola era stata indicata la sepsi da infezione delle vie urinarie. Dalla cartella clinica, in realtà, era emerso che quella diagnosi era già stata curata durante un precedente ricovero a Cona, ma riportata per errore nella lettera di dimissioni e ricopiata ad Argenta dal medico che ne aveva constatato la morte. Nel diario assistenziale, però, non sarebbe stato annotato che il paziente, prima di morire, aveva avuto un “episodio di vomito copioso“. Circostanza che i carabinieri hanno invece appreso dalle intercettazioni che hanno coinvolto infermieri, medici, operatori socio-sanitari e la coordinatrice infermieristica. Così come non risulterebbe essere stata annotata la somministrazione di alcun farmaco.

In un’altra intercettazione, un’infermiera avrebbe però raccontato che quella sera Nocera “aveva messo una flebo“. Dagli atti emerge anche un altro dettaglio. Dopo la morte di Rivola, secondo quanto riportato in una conversazione intercettata, Nocera avrebbe commentato il fatto davanti a più persone, tra cui alcuni oss, dicendo: “Ma tanto doveva morire“. Sempre dalle intercettazioni, a ottobre due infermiere si sarebbero confrontate sulla compilazione del diario assistenziale. Una delle due avrebbe raccontato di aver subito “pressioni” da parte di Nocera per non riportare l’episodio di vomito del paziente. E proprio una richiesta di chiarimenti rivolta a Nocera sulla mancata compilazione del diario avrebbe poi “scatenato la sua reazione”, come emergerebbe da un’ulteriore intercettazione.

In un’altra intercettazione ambientale, una dipendente avrebbe riferito di “avere paura” di Nocera. L’imputato deve rispondere anche di maltrattamenti pluriaggravati nei confronti di altri pazienti. In particolare, il 22 settembre 2024, sempre secondo la ricostruzione della Procura, l’infermiere avrebbe provocato lesioni gravi a un paziente utilizzando un bisturi per effettuare un’incisione nelle parti intime senza anestesia, causandogli dolore e conseguenze rilevanti. In indagini, i carabinieri avevano parlato con le figlie dell’anziano, che avevano riferito che l’intervento aveva provocato “grandissimo timore” nel loro padre. “Ci hanno detto che di notte chiamava i familiari perché temeva di venire ucciso in ospedale”, ha riferito Bruni. In una delle conversazioni intercettate tra le infermiere era poi spuntata la cosiddetta “bomba Nocera“, usata per definire un cocktail di lassativi che avrebbe preparato lui stesso per gli anziani.

Ricostruzioni e ‘spunti’ investigativi che Nocera – accusato anche di truffa aggravata, esercizio abusivo della professione infermieristica e medica e interruzione di pubblico servizio – ha respinto in aula, seppur in maniera non molto elegante. “Stai raccontando le barzellette“, ha detto tra i denti al luogotenente Bruni mentre quest’ultimo stava esponendo l’attività di indagine ai giudici della Corte d’Assise. A richiamarlo, riportandolo alla calma, è stata la presidente Piera Tassoni.

Il processo tornerà in aula il 15 ottobre per il controesame dell’avvocato Lorenzo Valgimigli, difensore dell’ex infermiere.

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