Attualità
12 Ottobre 2026
La Suprema Corte respinge il nuovo ricorso della difesa

Caso Hannoun, la Cassazione: Dawoud resta in carcere a Ferrara

di Elena Coatti | 5 min

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Ra’ed Dawoud resta in carcere a Ferrara. La Corte di Cassazione ha respinto il nuovo ricorso presentato dai suoi difensori contro la custodia cautelare, lasciando invariata la permanenza del palestinese nella casa circondariale dell’Arginone, dove è detenuto in regime di alta sicurezza. La decisione, arrivata venerdì 9 ottobre, riguarda anche Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (Api), attualmente recluso nel carcere di Terni. Entrambi sono indagati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso una rete di associazioni benefiche.

Dawoud, palestinese originario della Cisgiordania, cittadino italiano e residente a Milano, è stato arrestato il 27 dicembre 2025. Secondo gli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo di riferimento, insieme a Yaser Elasaly, nella sede milanese dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (Abspp), una delle organizzazioni al centro dell’indagine. L’ipotesi accusatoria è che attraverso le attività associative siano stati trasferiti fondi destinati ad Hamas. Si tratta di accuse ancora da accertare in sede processuale, respinte dalle difese, che rivendicano la natura umanitaria delle raccolte fondi destinate alla popolazione palestinese.

La nuova decisione della Cassazione arriva al termine di un percorso giudiziario segnato da pronunciamenti differenti. Lo scorso aprile, infatti, la Suprema Corte aveva annullato con rinvio le precedenti ordinanze cautelari, disponendo una nuova valutazione da parte del Tribunale del Riesame di Genova. Al centro della controversia anche la documentazione fornita dai servizi segreti israeliani, sulla quale la Procura aveva cercato di fondare parte del quadro accusatorio. Si trattava di materiale trasmesso da un funzionario dell’intelligence israeliana identificato soltanto con lo pseudonimo ‘Avi’, comprendente anche documenti acquisiti in contesti di guerra. Atti che il Riesame aveva escluso dal procedimento cautelare e che la Cassazione aveva confermato non potessero essere utilizzati, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura volto a recuperarli come elementi indiziari.

A rendere inutilizzabile quella documentazione erano state, in particolare, l’impossibilità di identificare e sottoporre a contraddittorio la fonte e l’assenza di garanzie sulle modalità di acquisizione dei materiali. Per una parte dei documenti, indicati come battlefield evidence, mancavano infatti i verbali di sequestro e gli elementi necessari a ricostruirne la cosiddetta catena di custodia, ovvero il percorso compiuto dalle prove dalla raccolta fino alla consegna agli inquirenti. La Cassazione aveva inoltre sollevato criticità sull’impiego delle cosiddette «fonti aperte», vale a dire informazioni pubblicamente accessibili, utilizzate senza sufficienti verifiche sulla loro provenienza e attendibilità. Da qui la richiesta di una rivalutazione complessiva del quadro indiziario, con particolare attenzione alla consapevolezza degli indagati circa l’eventuale destinazione dei finanziamenti ad attività terroristiche.

La questione dei documenti israeliani, tuttavia, non si è esaurita con la pronuncia della Suprema Corte. La Procura di Genova ha infatti inviato una rogatoria internazionale a Israele per chiedere di interrogare proprio ‘Avi’, il funzionario dell’intelligence finanziaria che aveva raccolto e trasmesso la documentazione sulle associazioni palestinesi destinatarie degli aiuti. L’obiettivo degli inquirenti è ascoltarlo in contraddittorio con le difese, davanti a un giudice, con modalità che ne tutelino l’anonimato, e ottenere chiarimenti sulla provenienza e sulle circostanze di acquisizione dei singoli documenti. Secondo quanto riferito da Ansa e RaiNews il 21 settembre, la richiesta era stata inoltrata già da alcuni mesi, ma fino a quella data non era arrivata alcuna risposta da parte israeliana.

Il 19 giugno, intanto, il Tribunale del Riesame di Genova aveva nuovamente confermato la custodia cautelare per Dawoud, Hannoun, Riyad Albustanji e Yaser Elasaly. Una decisione duramente contestata dal collegio difensivo, secondo il quale i giudici non avrebbero adeguatamente affrontato le questioni sollevate dalla Cassazione, riproponendo sostanzialmente l’impianto motivazionale precedente. I legali avevano quindi annunciato un nuovo ricorso, sostenendo che non fossero stati chiariti i nodi relativi alla natura delle associazioni benefiche, alla destinazione dei finanziamenti e agli elementi necessari a dimostrare la consapevolezza degli indagati.

Nel frattempo, il procedimento ha compiuto un ulteriore passaggio. Il 18 settembre la Procura di Genova ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a sei indagati, tra cui lo stesso Dawoud. Una decisione che aveva suscitato forti perplessità da parte del collegio difensivo, tra i cui firmatari figura anche l’avvocato Dario Rossi, difensore di Hannoun.

“La tempistica stupisce”, avevano dichiarato gli avvocati in una nota diffusa proprio il 18 settembre, ricordando che erano ancora pendenti davanti alla Cassazione nuovi ricorsi contro la custodia cautelare. Secondo i legali, la scelta di chiudere le indagini prima delle udienze già fissate sarebbe stata legata anche alla necessità di evitare la scadenza dei termini massimi della detenzione preventiva.

La difesa aveva inoltre sollevato questioni sull’utilizzabilità di alcuni atti investigativi e delle intercettazioni, sull’adeguatezza delle traduzioni e sulla valutazione degli elementi a carico degli indagati, sostenendo che non fossero stati dimostrati né gravi indizi di colpevolezza né esigenze cautelari sufficienti a giustificare la permanenza in carcere. Gli avvocati avevano richiamato anche la provenienza israeliana di una parte della documentazione su cui si era inizialmente fondato l’impianto accusatorio, inserendo l’inchiesta in quello che considerano un più ampio processo europeo di criminalizzazione delle attività di solidarietà con la popolazione palestinese.

Nello stesso intervento i legali avevano denunciato anche le condizioni dei quattro palestinesi detenuti, tra cui Dawoud, recluso all’Arginone di Ferrara. Il collegio difensivo aveva richiamato il sovraffollamento degli istituti penitenziari, le temperature estreme affrontate durante i mesi estivi e la lontananza dalle famiglie.

Contestazioni formulate prima della pronuncia del 9 ottobre, con la quale la Cassazione ha invece respinto i nuovi ricorsi presentati dalle difese di Dawoud e Hannoun, lasciando in vigore le rispettive misure cautelari. Le motivazioni di quest’ultima decisione non risultano ancora rese note. Il rigetto riguarda esclusivamente le posizioni dei due indagati, mentre per Yaser Elasaly e Riyad Albustanji la decisione della Suprema Corte è attesa il prossimo 13 novembre.

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