Attualità
21 Settembre 2026
Alla Festa dell'Unità l'autrice ha presentato il suo nuovo libro, dialogando con la traduttrice Monica Pavani tra i viaggi in Vietnam, Uganda e Cisgiordania che hanno dato forma al lavoro

Daria Bignardi e il viaggio dentro la solitudine: dalla Darsena al Mekong, passando per la Cisgiordania

di Redazione | 3 min

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di Tommaso Vissoli

Alla Festa dell’Unità di Ferrara, al Baluardo di Santa Maria della Fortezza, Daria Bignardi ha presentato il suo nuovo libro “Nostra solitudine” (Mondadori), in un incontro moderato da Giada Zerbini, segretaria del Pd dell’Unione Comunale, e affiancato dalla traduttrice Monica Pavani.

Bignardi – ferrarese di nascita – ha raccontato come il libro nasca da un percorso lungo anni, quasi un completamento naturale dei temi affrontati in “Libri che mi hanno rovinato la vita” e “Ogni prigione è un’isola”, ma affrontati stavolta «in senso più universale». La scintilla, ha spiegato, è scattata in Vietnam: «Una sera che camminavo da sola per Can Tho, una città sul fiume Mekong, ho incontrato un pappagallo parlante e poco dopo un venditore ambulante che vendeva il pateso, la cosa più simile al nostro pasticcio di maccheroni che abbia mai assaggiato. Da lì ho iniziato a scrivere questa storia e non ho più smesso».

Il libro raccoglie una serie di incontri attraverso i quali l’autrice si confronta con solitudini diverse, richiamando fin dall’inizio i versi di Emily Dickinson sulla solitudine dello spazio, del mare e della morte, evocati anche da Monica Pavani nel corso del dialogo.

Bignardi ha spiegato di aver concepito il libro come un viaggio, il cui punto di partenza era proprio il precedente “Ogni prigione è un’isola”: l’idea di scrivere è nata durante un soggiorno nel sud-est asiatico con il figlio, ma al ritorno dal Vietnam l’autrice si è ritrovata ossessionata dalle notizie che arrivavano dalla Cisgiordania sugli scambi tra prigionieri palestinesi e israeliani dello scorso gennaio: “Ho sentito che in qualche modo mi riguardavano, che dovevo parlare con quelle persone e raccontarle”.

Dopo due mesi è partita, e il viaggio l’ha portata in una direzione diversa da quella immaginata, tra Ferrara — presente nel libro non solo attraverso il pasticcio, ma anche nel racconto della chat familiare che accompagna ogni spostamento e ogni emozione, comprese quelle vissute in Cisgiordania, dove nell’aprile 2025, prima delle grandi manifestazioni, l’autrice racconta di aver visto scene che restano impresse.

Tra gli incontri più difficili, Bignardi ha citato quello con un giornalista di Al Jazeera ferito e in cura in Italia, che durante una cena a Milano nel periodo del Ramadan le ha raccontato — attraverso un amico che faceva da traduttore — di non riuscire a parlare di ciò che gli era accaduto, perché farlo lo “spezzava”; e quello con Caroline Darian, figlia di Gisèle Pelicot, che le ha raccontato come, di fronte alla vergogna legata alla vicenda giudiziaria del padre, avesse capito che per sopravvivere alla solitudine bisognava condividere quella vergogna, senza doversene fare carico in prima persona — mentre la madre aveva dovuto imparare a occuparsi di sé e a prendere le distanze dal marito.

Un tema, quello del sopravvivere alla solitudine, che l’autrice ha definito particolarmente toccante, così come il racconto dei villaggi di Masafer Yatta, resi noti dal documentario premio Oscar “No Other Land”, in cui prevale — ha detto — un sentimento di vergogna collettiva, anche europea, di fronte a tragedie e morti.

Nel dialogo con Pavani, Bignardi ha parlato anche del tentativo di fare a meno dei social e delle immagini continue, ripercorrendo la propria infanzia in via Darsena, trascorsa leggendo l’Enciclopedia Motta nei pomeriggi dopo la scuola al Govoni: “Sicuramente la parola scritta è la mia vita”, ha detto, pur riconoscendo il valore diverso, più corale, dell’esperienza televisiva rispetto alla solitudine faticosa della scrittura.

Il libro, ha chiuso Pavani, è anche un libro di animali, presenza costante nella vita e nella scrittura di Bignardi, dal gatto con cui è cresciuta al pappagallo parlante del Vietnam, fino all’incontro con i gorilla di montagna in Uganda, raccontato in uno dei passaggi letti durante la serata.

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