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l 14 e 15 settembre al Nuovo Polo Didattico dell’ospedale si parlerà di genetica, EEG, terapie personalizzate e “Digital Twin” del paziente
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La Giornata Mondiale della Lotta alla Sepsi rappresenta un importante momento di sensibilizzazione su una delle condizioni più gravi e complesse che il sistema sanitario è chiamato ad affrontare
Il 4 settembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, ricorrenza nata per ricordare che la salute sessuale comprende il diritto di vivere relazioni sicure e consensuali, in qualunque configurazione siano organizzate. È un principio che si applica anche a chi sceglie forme relazionali meno convenzionali – e proprio su questo terreno la gelosia, più che altrove, viene spesso vissuta come un fallimento personale piuttosto che come un’emozione da attraversare.
Chi si rivolge a un sessuologo portando questa difficoltà lo fa spesso con un senso di colpa aggiuntivo: non solo provare gelosia, ma provarla dentro un accordo che si è scelto liberamente, come se questo rendesse l’emozione meno legittima.
Un’emozione ordinaria, non un difetto di progettazione
La gelosia è una risposta emotiva comune, presente in una parte consistente delle relazioni non monogame quanto in quelle monogame. La differenza non è la sua assenza, ma il modo in cui viene gestita quando compare.
Uno studio pubblicato nel 2021 su Archives of Sexual Behavior, dedicato al confronto tra diverse forme di non-monogamia consensuale (CNM) e ai fattori che ne predicono l’adattamento diadico, ha rilevato che le persone in relazioni poliamorose riportano livelli di soddisfazione e adattamento di coppia spesso superiori rispetto a chi vive relazioni aperte non strutturate. Il dato non riguarda l’assenza di gelosia — nessuno studio la esclude — ma la presenza di strumenti per gestirla: accordi espliciti, ruoli definiti, canali di comunicazione stabiliti in anticipo.
È un’osservazione che ribalta un’intuizione diffusa. Non è il numero di partner a determinare quanto la gelosia diventi disruptiva, ma il grado di struttura con cui la relazione viene gestita. Una relazione aperta priva di regole chiare espone, in questi dati, a più difficoltà rispetto a un poliamore organizzato attorno ad accordi definiti – così come, in una pratica più circoscritta come lo scambismo, la chiarezza dei confini stabiliti in anticipo tende a fare la differenza tra un’esperienza vissuta serenamente e una che genera tensioni non previste.
Perché negarla peggiora le cose
L’errore più comune, in chi si avvicina a queste configurazioni relazionali, è aspettarsi di non provare più gelosia una volta adottata una cornice ideologica che la dichiara superata. Quando l’emozione arriva comunque – ed è statisticamente probabile che arrivi – viene interpretata come prova di un fallimento personale, o come segnale che “non si è fatti per questo tipo di relazione”.
Questa lettura produce un effetto paradossale: la gelosia negata non scompare, si trasforma in risentimento silenzioso. E il risentimento silenzioso è, in qualunque configurazione relazionale, molto più corrosivo dell’emozione dichiarata apertamente. Riconoscere la gelosia come segnale – di un bisogno di rassicurazione, di un’insicurezza preesistente, di un limite non ancora comunicato – è il primo passo per gestirla, non per eliminarla.
Il consenso non è un accordo, è un processo
Il tema della gelosia è strettamente legato a un secondo equivoco, altrettanto frequente: l’idea che il consenso, in una relazione non monogama, sia un evento concluso una volta per tutte all’inizio.
Nella pratica gli accordi presi in una fase della relazione incontrano prima o poi situazioni non previste; le persone cambiano; ciò che sembrava tollerabile in astratto si rivela diverso quando accade davvero. Le coppie e i gruppi che gestiscono meglio la gelosia non sono quelli che hanno definito le regole perfette all’inizio – non esistono – ma quelli che hanno costruito un modo per rivederle senza che ogni revisione diventi una crisi di fiducia. È lo stesso principio, del resto, su cui si fonda il funzionamento di ogni configurazione relazionale che coinvolga regole condivise e consenso reciproco, monogama compresa.
Quando la gelosia segnala altro
Non tutta la gelosia che emerge in una relazione non monogama riguarda la relazione stessa. Talvolta segnala un’insicurezza che preesisteva alla configurazione scelta – legata all’autostima, a esperienze relazionali passate, a un timore di abbandono che avrebbe trovato terreno fertile in qualunque contesto. In questi casi il lavoro utile non riguarda la struttura della relazione, ma l’insicurezza in sé, che continuerebbe a manifestarsi anche in un contesto monogamo, spostandosi semplicemente su altri oggetti.
Distinguere tra le due situazioni – gelosia come segnale relazionale specifico, e gelosia come espressione di un’insicurezza più ampia – è uno dei motivi più concreti per cui un percorso professionale aiuta più del confronto tra pari, spesso portato avanti online in comunità che tendono a interpretare ogni difficoltà nella stessa direzione, qualunque sia la sua origine reale.
Lo stigma esterno complica il lavoro interno
C’è un ultimo elemento che rende la gestione della gelosia, in questi contesti, più faticosa che altrove: la difficoltà di trovare spazi esterni non giudicanti in cui elaborarla.
Uno studio pubblicato nel 2023 su The Journal of Sex Research, dedicato all’esperienza delle persone consensualmente non monogame nell’accesso ai servizi di salute sessuale, ha rilevato che il 37% di chi pratica il poliamore non rivela il proprio status relazionale ai medici, per timore di pregiudizi o di ricevere un trattamento inadeguato. Se questo accade nell’ambito sanitario, accade con probabilità ancora maggiore in contesti informali – con amici, familiari, colleghi – dove la paura del giudizio scoraggia proprio la conversazione che aiuterebbe a normalizzare l’emozione invece di viverla in isolamento.
Il risultato è che molte persone in relazioni non monogame gestiscono la gelosia con meno risorse esterne rispetto a chi vive relazioni convenzionali, non perché l’emozione sia più intensa, ma perché gli spazi sicuri in cui portarla sono meno disponibili.
La Giornata Mondiale del Benessere Sessuale ricorda che il benessere relazionale non dipende dalla configurazione scelta, ma dalla qualità degli strumenti con cui la si abita: comunicazione esplicita, capacità di rivedere gli accordi, spazio per le emozioni difficili senza doverle nascondere per coerenza ideologica. La gelosia, in questo quadro, non è il segno che qualcosa non funziona. È, più spesso, il segnale che qualcosa merita ancora di essere parlato. Anche per questo, è cosi importante l’educazione alla sessualità nelle scuole.
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