Attualità
26 Agosto 2026
A cinque anni dal ritorno al potere dei Talebani, davanti alla Cattedrale il presidio per i diritti negati a donne e bambine e contro il rischio di rimpatri forzati

Afghanistan, a Ferrara un centinaio in piazza: “Non dimentichiamo chi è rimasto”

di Redazione | 4 min

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Un centinaio di persone si sono radunate davanti alla cattedrale di Ferrara per riportare l’attenzione sulla situazione afghana a cinque anni dal ritorno al potere dei Talebani, sui diritti negati a donne e bambine in Afghanistan e sul rischio di rimpatrio forzato verso un Paese dal quale molte persone sono fuggite.

Tra gli interventi più significativi quello di Alessandra Annoni, docente di Diritto internazionale all’Università di Ferrara, e la testimonianza di Francesca Borciani, ferrarese rientrata in città dopo avere lavorato a Kabul per Emergency da settembre 2025.

“Nel 2021 i talebani hanno preso il potere e Emergency ha deciso di restare e continuare ad operare”, ha spiegato Borciani, ricordando il lavoro nei tre centri di Kabul, Anabah e Lashkar Gah e nelle circa 30 strutture sanitarie collegate.

Oltre il 97% del personale di Emergency in Afghanistan è locale e il 23% è composto da donne. Ma le restrizioni imposte dal regime rendono sempre più difficile la formazione e il lavoro femminile. “Se le donne sopra i 12 anni non possono studiare – ha sottolineato Borciani – di personale femminile formato per lavorare ce ne sarà sempre meno”. Una situazione che rischia di incidere direttamente anche sul diritto alla salute: “Le donne non possono essere curate che da donne, e se non ci sono donne che curano, non si pone il problema di portare le donne a farsi curare”.

Tra le limitazioni più concrete c’è quella del mahram, l’accompagnatore maschile che deve essere un familiare. “Anche nel caso in cui abbiano un lavoro e vengano loro forniti i mezzi per arrivarci, se nessuno nella loro famiglia può o vuole accompagnarle, per loro accettare quel lavoro è impossibile”.

Borciani ha raccontato anche la situazione della maternità di Anabah, dove si registrano circa 600 parti al mese. “Continuiamo a vedere mamme morire al parto perché non raggiungono l’ospedale in tempo o a causa di gravi complicanze che si sarebbero potute evitare”. E ha ricordato un caso emblematico: “Un mese fa è arrivata una donna alla 18esima gravidanza”.

Il lavoro di Emergency, però, rappresenta anche una possibilità di cambiamento. “Molte di queste donne sono diventate non più semplicemente ‘eccezioni tollerate’, ma promotrici di una vera e propria rivoluzione nel superamento dei modelli tradizionali. Noi la chiamiamo ‘rivoluzione silenziosa’”.

“È un paese in cui la libertà non esiste per nessuno”, ha concluso Borciani, sottolineando che, nonostante la fine della guerra abbia fatto calare l’attenzione internazionale, “milioni di persone continuano a pagarne le conseguenze”. L’appello di Emergency è quindi a “continuare a parlare di Afghanistan” e a non dimenticare una popolazione che “ha bisogno di un’assistenza sanitaria gratuita e di qualità, ma anche di non essere dimenticata”.

Annoni ha invece ricostruito la situazione dei cittadini afghani dopo il ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021, soffermandosi sulle possibilità di ingresso e protezione in Europa e sulle recenti ipotesi di rimpatrio.

“Il cambio di regime ha dato avvio a un rapido arretramento della situazione dei diritti umani nel Paese”, con conseguenze particolarmente gravi per donne e bambine e la conseguente fuga di migliaia di persone. Dopo le evacuazioni organizzate dagli Stati europei, i corridoi umanitari hanno riguardato “numeri limitati, del tutto insufficienti a rispondere al reale bisogno di protezione”. Per molti afghani, ha spiegato Annoni, l’unica alternativa è stata quindi affidarsi ai trafficanti per raggiungere l’Europa irregolarmente.

Una volta arrivati, però, gli afghani non hanno beneficiato della protezione temporanea concessa agli ucraini dopo l’invasione russa. “Non potendo beneficiare della protezione temporanea, i cittadini afghani giunti in Europa hanno dovuto quindi presentare una domanda di protezione internazionale”. Nel 2025, ha ricordato, il tasso complessivo di riconoscimento nell’area dell’Unione Europe allargata a Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera è stato del 68%.

Particolarmente significativa la posizione delle donne. Nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che l’insieme delle misure discriminatorie imposte dal regime talebano “può costituire persecuzione”, consentendo alle autorità di valutare anche soltanto nazionalità e genere per accertare il rischio.

Ora, però, “il vento sta cambiando”. Alcuni governi europei stanno spingendo per i rimpatri e la Germania ha già iniziato a riportare cittadini afghani a Kabul. Per Annoni, la questione pone “criticità” rilevanti sul piano giuridico. Il principio di non-refoulement stabilisce infatti che “uno Stato non può rimandare una persona in un paese nel quale esista un rischio reale di persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti”. Ogni rimpatrio deve quindi essere preceduto da “una valutazione seria e individualizzata” del rischio.

Questo vale anche per gli uomini, che possono essere esposti a persecuzioni in quanto ex funzionari, militari, giornalisti, attivisti, appartenenti a minoranze o persone considerate oppositrici dei Talebani. “Se per le donne la persecuzione è una certezza, per gli uomini resta comunque un rischio concreto, da valutare caso per caso”, ha sottolineato.

A conferma, Annoni ha richiamato una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del marzo 2026, secondo cui il rimpatrio in Afghanistan di un uomo Hazara avrebbe violato l’articolo 3 della Convenzione europea.

Infine, oltre al rischio individuale, c’è quello di spezzare i legami familiari: “Le persone non sono monadi, ma vivono dentro famiglie e reti di relazioni”. Per questo, ha concluso, “la tutela contro il refoulement e il rispetto dell’unità familiare non sono concessioni politiche: sono limiti giuridici che gli Stati europei devono rispettare”.

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