Indiscusso
2 Agosto 2026

È Stato morto!

di Marzia Marchi | 4 min

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La paura del dissenso è pervasiva. Forse lo è sempre stata ma con l’avvento delle democrazie sembrava che l’avessimo vinta o almeno avessimo trovato strumenti per controllarla

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Ogni donna lo sa

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Lo avrei fatto anch’io! Avrei chiamato il 112 vedendo una persona che “dava di matto” mettendo a rischio la propria e l’altrui incolumità. Avrei digitato 112 segnalando la necessità di far intervenire anche un’ambulanza. In un caso così non avrei chiamato solo il 118, infatti, perché non si intravedeva solo un’emergenza sanitaria ma anche di pubblica sicurezza, almeno stando alle testimonianze finora raccolte. Oggi lo rifarei? E’ una domanda che mi pongo dopo il caso della morte di Abderrahim Fakir a Bologna. Me la pongo con grande angoscia perché perdere questa certezza nella convivenza civile di una comunità, ovvero di uno Stato non può che essere angosciante.

Ho copiato il titolo che il giornalista Filippo Vendemmiati aveva usato con licenza grammaticale per intitolare il suo film su Federico Aldrovandi, il primo caso di una serie di morti di Stato, e ho usato la maiuscola su stato prendendo un’ulteriore licenza grammaticale per sottolineare un fatto che comincia a ripetersi con eccessiva frequenza, quello di una persona finita in custodia di agenti statali che finisce morta.

Escludo fin dalla premessa del mio ragionamento che ci sia una volontà di uccidere o di ferire da parte delle Forze dell’Ordine, siano Polizia o Carabinieri o Finanza. Lavoro da dieci anni a contatto con la Polizia penitenziaria e ho imparato a conoscere la difficoltà di un mestiere che ti pone per definizione a contatto con la sofferenza e con la parte – diciamo – meno nobile dell’essere umano. Conosco la loro paura e la loro rabbia spesso dovuta all’impotenza di non avere mezzi per fare bene o meglio quel difficile mestiere, che – ammettiamolo – per moltissime persone a volte è una scelta obbligata.

Quindi non credo che i poliziotti tra le cui mani è avvenuta la morte di Fakir volessero questo!

È capitato e non sta certo a me discutere sul come o sul perché. Ma è questo l’aspetto drammatico. Non può e non deve capitare che si muoia nelle mani di coloro che sono invocati per garantire la tua sicurezza. Per questo è stata “chiamata” la piazza di Bologna, quella piazza pacifica che si è mobilitata nel pomeriggio e che nulla a che fare con le manifestazioni violente che si sono scatenate nella serata. Quello che la “piazza immediata” voleva lanciare era l’allarme per il ripetersi di una morte da contenimento per ragioni di sicurezza.

Tutto il resto è speculazione politica. Non ci si può schierare come ha fatto un Ministro di questo Stato con le forze dell’ordine “senza se e senza ma”. Al di là dell’evidente tautologia, le Forze dell’Ordine non sono una parte di questa collettività che chiamiamo Italia, ne sono invece uno strumento fondamentale, al servizio di tutti, italiani o stranieri che siano, buoni e cattivi, se proprio vogliamo semplificare fino ai livelli che si sono sentiti circolare tra social e stampa.

Se accreditiamo che le Forze dell’Ordine siano appannaggio di una parte politica è evidente che le parti opposte finiranno per temerle e sappiamo che purtroppo in diversi momenti storici e in più Stati non è mancata la loro partecipazione a golpe o tentativi di eversione.

Per questo non può non inquietarci che, al di là delle cause di questa morte oggetto dovuto di indagine, ci siano schieramenti di parte e pretese di difese di parte. E’ oltremodo preoccupante che la Destra si arroghi il diritto di avere un rapporto privilegiato con le Forze dell’Ordine, specialmente in una situazione come questa, non ultima quella di Milano dell’omicidio di Abderrahim Mansour, e accusi i partiti di opposizione di connivenza con chi le avversa in maniera violenta. La linea repressiva di questo Governo che anticipa la punibilità penale a super minorenni, che si arroga il diritto di limitare la manifestazione del dissenso, che invoca l’intervento delle Forze dell’Ordine per gestire le problematiche del vivere sociale, come – per stare a casa nostra – il rafforzamento di pattugliamento di militari e polizia nei luoghi della socialità, dimostra il fallimento nella costruzione e nella gestione di una convivenza civile e lancia i segnali di debolezza di uno Stato che sa solo farsi autocratico.

Se non prendiamo seriamente in considerazione le cause che scatenano il disagio mentale, sociale e politico che poi sfocia in manifestazioni più o meno violente non risolveremo mai la questione sicurezza dei quartieri, delle città e del nostro Paese.

Si comincia prima di tutto evitando di creare cause di emarginazione, di favorire luoghi di aggregazione a pagamento in cui scorrono fiumi di alcool e altre sostanze, fortificando i luoghi di accoglienza e trattamento del disagio mentale che sta diventando una vera piaga sociale e favorendo la creazione e la permanenza dei luoghi di aggregazione autogestita, volontaria e gratuita che invece si stanno via via smantellando sulla logica del consumismo e del profitto.

Si ascoltano le ragioni del dissenso e si affronta una necessaria mediazione quando la rivolta attiene a ragioni di scelte politiche che i cittadini contestano. Questa è la forza di un Paese e di una civiltà democratica che in primis i rappresentanti dello Stato, soprattutto quelli che girano armati, devono garantire.

Voglio – come tanti – mantenere inalterato il mio diritto di poter chiamare con fiducia il 112.

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