Eventi e cultura
2 Agosto 2026
Erlend Øye si aggira in incognito per il centro, osserva i ragazzi giocare a pallone e parla di musica. Ventiquattr’ore dopo, con Eirik Glambek Bøe, incanta la Delizia di Benvignante

Ferrara Sotto le Stelle, prima una passeggiata sul Listone e poi la magia dei Kings of Convenience

di Redazione | 5 min

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di Emanuele Gessi

Chissà se qualcuno se n’è accorto. La notte prima del concerto dei Kings of Convenience alla Delizia Estense di Benvignante, Erlend Øye (il frontman) era in giro da solo per le strade del centro di Ferrara, eccentrico come ce lo si può immaginare, con una visiera parasole in testa e un paio di pantaloncini corti da mare. Viene sorpreso in un momento di curiosità mentre sbircia, attraverso il vetro, dentro a una bottega storica di corso Porta Reno, chiusa naturalmente vista l’ora, portando le mani ai lati del volto, per cercare di penetrare l’oscurità del negozio.

Spinto dalla curiosità, poco dopo Øye prosegue in piazza Trento e Trieste, dove trova ad attenderlo una partita di calcio improvvisata sul listone. Dei ragazzini scalzi, in calze o infradito, si contendono il pallone senza che esistano veri confini di campo. I pochi passanti che transitano non riconoscono Øye ma si preoccupano che una pallonata possa infrangersi contro le vetrine della piazza. Øye non se ne cura e continua a godersi lo spettacolo, aggiungendo che a Bergen, la città norvegese d’origine dei Kings, questo non potrebbe accadere, “per via del freddo”.

E invece trova “bellissima” la scena. Catturato com’è, si lascia andare a un apprezzamento sulla caratteristica di Ferrara di essere “città
delle biciclette”, un fatto di cui per qualche ragione è a conoscenza. Poi si mette a parlare d’altro, mentre i ragazzini quasi lo colpiscono per sbaglio, e si accalora nel difendere le virtù della musica di “saper essere divisiva”, riferendosi alle discussioni fra appassionati, che secondo il norvegese hanno il diritto di polarizzare le opinioni. Dice che anche chi scrive recensioni (“un genere che sta morendo”) dovrebbe avere più coraggio, “mettere se stesso sulla pagina e fregarsene delle critiche. Dopotutto non stiamo parlando della verità assoluta sulla vita e sulla morte”.

Ventiquattr’ore dopo, i Kings of Convenience (la formazione composta da Øye e il suo socio Eirik Glambek Bøe) incantano il pubblico di Ferrara Sotto le Stelle 2026. La platea è accorsa anche da molto lontano per assistere a quella che è stata una delle prime date del lungo tour 2026-27 dei Kings of Convenience, che dall’Italia si allargherà poi a un itinerario internazionale.

Alla Delizia Estense della frazione argentana c’erano persone venute fin dal Messico, dal nord Europa, da Siracusa (“Ciao mbare!”, ha ammiccato Øye dal palco, lui che a Siracusa da qualche anno ci vive), ma anche da Venezia, Bologna, Padova e molte altre città. Le automobili erano così tante che, raccontano i guardiani del parcheggio, viene da chiedersi come possano esserci “1200 persone se ci sono 2000 macchine”. Le auto si ammassano nei campi e intorno al fienile, mentre nella piccola Benvignante, paese di appena 98 abitanti, si forma una lunga colonna di traffico.

Fin da subito fa un gran caldo. Ci sono le zanzare, i ventagli, l’odore dell’antizanzare. In paziente attesa, una parte del pubblico si sistema direttamente a terra, sui cuscini e sui teli. È una platea particolarmente educata e devota al duo norvegese. Le ultime luci del giorno si
spengono e la musica comincia.

Prima dei Kings c’è Naomi Berrill, violoncellista irlandese stabilitasi a Firenze da diversi anni. È Øye a presentarla, uscendo sul palco con camicia azzurra e pantaloni chiari: “Benvenuti. Suoneremo fra mezz’ora, ora faccio una piccola introduzione della musicista che aprirà il
concerto”. Dal pubblico arriva un bisbiglio divertito: “Sa parlare italiano”. Per chi li conosce in realtà questa non è una sorpresa, considerando che il norvegese ha un progetto musicale, La Comitiva, in cui canta nella nostra lingua.

Dopo un paio di canzoni si vede ricomparire Øye rannicchiato in un angolo del palco come spettatore. Seduto per terra, si dondola, sorride e sembra completamente immerso nell’esibizione di Berrill. Ancora una manciata di esecuzioni di Berrill, poi per Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe arriva il momento di vestire i panni degli attori protagonisti.

Alle 21:45 fanno capolino sul palco e danno il via al live. La prima canzone, My Ship Isn’t Pretty, la suonano in punta di forchetta. E qui c’è una delle immagini più intense della serata, con Øye e Bøe che si avvicinano progressivamente fino quasi a toccarsi, invece di limitarsi a suonare uno accanto all’altro, cercandosi continuamente con un’attitudine un po’ fanciullesca all’amicizia.

Le loro voci si incastrano in armonizzazioni praticamente continue. Arrivano Love Is No Big Truth e poi Cayman Islands, il brano che molti associano a un’immaginaria atmosfera tropicale ma che nasce in realtà da un’esperienza vissuta ad Amsterdam. La temperatura sale e i due si tolgono le giacche.

A quel punto, Øye e Bøe chiamano sul palco anche il trio d’archi, che li accompagna in questa parte italiana del tour: Tobias Hett alla viola, presenza storica nella discografia della band, Naomi Berrill (sempre lei) al violoncello e Davide Bertolini al contrabbasso. Bertolini è un musicista italiano di Reggio Emilia che da anni vive in Norvegia, dove ha aperto il proprio studio proprio a Bergen, la città dei Kings of Convenience, diventando anche il produttore del loro secondo e terzo album e, in parte, del quarto.

Con The Weight of My Words, diventa subito evidente anche un altro fatto. Se l’attenzione del pubblico è attratta dal duo, e specialmente dall’istrionico Øye, c’è un altro musicista che finisce per esercitare un ascendente particolare: Hett. Basta guardare anche con quale stima si rivolgono a lui gli sguardi degli altri musicisti sul palco. È uno dei suoni storici dei Kings of Convenience, quello della viola che attraversa la loro discografia fin dagli inizi e che, per chi li conosce bene, è “immediatamente riconoscibile”, commenta Bøe stesso.

Dopo Summer on the West Hill arriva Sorry or Please e con essa cambia ancora il passo. “Vi portiamo nelle strade di Bergen”, annunciano i due. Il ritmo sale, Øye arriva persino a imitare – magistralmente – una tromba con la bocca (uno sketch virtuosistico che riproporrà ancora nel corso della serata). Poi c’è Fugitive, inedita, prima che gli altri tre musicisti lascino temporaneamente il palco.

Come all’inizio restano soltanto Øye e Bøe. È il momento in cui i due si aprono agli spettatori e raccontano le proprie origini. Prima dei Kings of Convenience avevano una band psichedelica ispirata ai primi lavori dei Pink Floyd. Poi gli altri componenti se ne sono andati, lasciandoli soli, di fatto propiziando l’accadere di una svolta, caratterizzata da una ricerca musicale più intima, più personale, seppur continuando a usare come sala prova “il divano delle nostre case di famiglia”. Da quei tentativi sarebbe nata la musica dei loro primi album, ammettono.

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