Cronaca
22 Luglio 2026
L'avvocato contesta le tempistiche: "Limitare il tempo necessario per indagare significa rischiare di rendere impossibile proprio quella ricerca della verità che i familiari delle vittime hanno il diritto di pretendere"

Caso Fakir. Anselmo: “Scudo penale strumento gravissimo”

di Redazione | 2 min

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Uno “strumento gravissimo” e un “problema enorme quando è lo Stato a dover indagare su se stesso“. È così che l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Abderrahim Fakir,  il 42enne morto durante un fermo della polizia di Stato a Bologna, definisce lo scudo penale per le forze dell’ordine, voluto dal governo Meloni e introdotto dal Dl Sicurezza per i casi in cui un fatto potenzialmente configurabile come reato potrebbe essere stato commesso in presenza di una causa di giustificazione, come la legittima difesa o l’adempimento di un dovere.

“La nuova disciplina – spiega Anselmo – prevede registri specifici, ma soprattutto impone che le indagini vengano concluse entro 120 giorni. Venerdì sarà eseguita l’autopsia su Fakir e da quel momento questo termine diventa fondamentale: 120 giorni per esaurire indagini che, quando si parla di morti avvenute durante interventi delle forze dell’ordine, possono richiedere molto più tempo per arrivare alla verità. La nostra storia giudiziaria dovrebbe averci insegnato qualcosa”.

Anselmo cita quindi i casi giudiziari che ha seguito negli anni: “Per Federico Aldrovandi, dopo la prima autopsia, si parlò per lungo tempo di una morte legata alla droga. Solo successivamente, attraverso indagini, perizie e processo, si arrivò ad accertare il ruolo determinante della violentissima compressione subita, che provocò ipossia e asfissia. Anche per Riccardo Magherini, nei primi mesi, la causa della morte venne ricondotta alla cocaina. Furono necessari l’esumazione, nuove perizie e i processi perché emergesse il ruolo dello schiacciamento in posizione prona e della violenza subita. Con indagini chiuse rigidamente in 120 giorni, quella storia avrebbe rischiato di fermarsi alla prima spiegazione. E poi c’è Stefano Cucchi. Prima la morte naturale, poi l’ipotesi della fame e della sete. Ci sono voluti sei anni perché venissero riconosciute le fratture e accertata la gravità delle lesioni, a cui sono seguiti altri anni di processi per arrivare alla verità giudiziaria. Non 120 giorni. Sei anni”.

“Con uno strumento come questo, Stefano Cucchi – chiude l’avvocato – avrebbe rischiato di essere consegnato alla storia come un ragazzo morto di fame e di sete. Riccardo Magherini come un uomo morto di cocaina. Federico Aldrovandi come un ragazzo morto per la droga. Abderrahim Fakir corre oggi lo stesso rischio. Per questo considero lo scudo penale uno strumento gravissimo: limitare il tempo necessario per indagare significa rischiare di rendere impossibile proprio quella ricerca della verità che i familiari delle vittime hanno il diritto di pretendere”.

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