“La sentenza di primo grado va rasa al suolo”. È da questa affermazione, pronunciata dall’avvocato Cataldo Intrieri davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, che la difesa di Isabella Internò ha aperto la propria arringa nel processo per la morte di Denis Bergamini. Un intervento durissimo, culminato nella richiesta di assoluzione dell’ex fidanzata del calciatore “perché il fatto non sussiste” e accompagnato da un attacco frontale all’impianto della sentenza di primo grado, alla prova scientifica e al forte impatto mediatico che, secondo i legali, avrebbe condizionato l’intera vicenda giudiziaria.
Al termine dell’udienza, la Corte presieduta da Piero Santese, con Domenico Commodaro giudice a latere, ha rinviato tutto al 17 novembre, quando saranno affrontate le eventuali repliche e verrà letta la sentenza d’appello. La data cade alla vigilia del 37esimo anniversario della morte del centrocampista del Cosenza. In primo grado Isabelle Internò è stata condannata a 16 anni di reclusione, mentre Procura generale e parti civili hanno chiesto un inasprimento della pena fino a 23 anni. In aula erano presenti anche la sorella Donata Bergamini e l’avvocata Silvia Galeone, dopo il deposito delle memorie difensive, di quelle pubblico ministero Primicerio e delle parti civili.
Ad aprire la discussione per la difesa è stato l’avvocato Cataldo Intrieri, che ha definito la propria assistita “una persona che ha subito un abuso di potere ed è stata vittima di un processo tossico, infarcito di nullità”.
Il legale ha poi rivolto un passaggio diretto ai giudici: “La sentenza di primo grado va rasa al suolo”. E ancora: “Comunque vada, voi su questa sentenza non apporrete la vostra firma e qualora giungeste a una condanna dovreste riscriverla per intero”. Secondo Intrieri, la condanna sarebbe stata pronunciata senza rispettare il principio del ragionevole dubbio.
Nel corso dell’arringa ha contestato anche il valore attribuito nella sentenza alla prova scientifica, sostenendo che il riferimento all'”alta probabilità” rappresenti una grave carenza motivazionale, perché non offrirebbe certezze sulle modalità della morte di Bergamini. Da qui anche la critica alla citazione conclusiva della sentenza di primo grado, tratta da Arthur Conan Doyle: “Dopo aver escluso l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, è la verità”. Per Intrieri, una frase del genere non può costituire il fondamento di una condanna a 16 anni di carcere.
L’avvocato ha inoltre denunciato quella che ritiene essere stata una pressione esterna sul processo, invitando la Corte a mantenere piena autonomia di giudizio. “Dovete decidere se ascoltare la vostra coscienza o quella del popolo – ha affermato – questo processo nasce dai social e dalla tv, nasce da una campagna popolare”.
Gran parte della discussione è stata dedicata alla prova scientifica che aveva portato alla riapertura delle indagini e che ha avuto un ruolo centrale nel processo di primo grado. Intrieri ha contestato l’utilizzo della glicoforina e il contributo del professor Vittorio Fineschi, tra i principali sostenitori della metodica. “Questo processo si basa su una prova scientifica, l’uso della glicoforina, che non è pienamente condivisa. Finesschi in questo processo è stato un fantasma; appare per la riapertura delle indagini, poi sparisce in incidente probatorio e riappare in aula come consulente altamente qualificato”.
Secondo il difensore, vi sarebbe stato un sostanziale conflitto d’interessi da parte di Fineschi e dei suoi collaboratori, che avrebbero avuto interesse a sostenere la validità della glicoforina anche per rafforzarne il riconoscimento nella comunità scientifica. A sostegno di questa tesi, Intrieri ha richiamato una perizia del 2025 nella quale, a suo dire, Fineschi avrebbe citato proprio la sentenza di primo grado del processo Bergamini per confermato l’affidabilità del metodo nella valutazione della vitalità delle lesioni su un cadavere.
Nel proseguo dell’intervento il legale è tornato anche sulle testimonianze raccolte nel corso delle indagini, soffermandosi in particolare sulle dodici persone che quel 18 novembre 1989 transitarono lungo la Statale 106, a Roseto Capo Spulico. Tra queste ha attribuito particolare importanza al racconto di Napoli che, insieme alla moglie e alla cognata, percorse quel tratto di strada poco prima dell’investimento. “Lo vede solo e vivo – ha sottolineato Intrieri – e poco dopo averlo evitato non vede più il camion che lo seguiva alle sue spalle”.
In chiusura, il difensore ha chiesto l’assoluzione dell’imputata “perché il fatto non sussiste”, rivolgendo un ultimo appello alla Corte: “Cancellate questa vergogna, non solo per Isabella, fatela per voi stessi e per la giustizia”.
Dopo una sospensione di circa un’ora è stat la volta dell’avvocato Angelo Pugliese, che ha paragonato i quasi 37 anni di vicenda processuale a un’araba fenice, capace di rinascere continuamente sotto forme diverse. “Una vicenda giudiziaria – ha sostenuto – nel corso della quale i tanti testimoni sentiti hanno spesso variato le proprie testimonianze aggiungendo o tralasciando qualcosa anche a causa di quanto visto o sentito in tv”.
Anche Pugliese ha messo in discussione l’attendibilità della glicoforina e dei consulenti che ne sostengono l’impiego, richiamando altri procedimenti giudiziari e pareri tecnico – scientifici nei quali quella metodica avrebbe ricevuto valutazioni di scarsa o nulla affidabilità.
Il difensore ha quindi affrontato il tema della retromarcia effettuata dal camionista Pisano dopo aver oltrepassato il corpo di Bergamini, ritenendola un elemento determinante sotto il profilo scientifico. “La retromarcia di Pisano – ha affermato Pugliese – ha sormontato nuovamente il corpo di Bergamini causando lo schiacciamento del bacino, motivo per il quale non è stata riscontrata alcuna positività in merito alla vitalità di quelle ferite. Denis è stato sormontato due volte e per di più, se fosse vero che è morto soffocato avremmo dovuto trovare il cuore di Denis pieno di sangue, invece era vuoto e lo era perché, come ha affermato Avato, Denis è morto per dissanguamento”.
La discussione si è poi spostata sul presunto movente dell’omicidio. Secondo Pugliese, l’unico elemento a sostengo di questa ricostruzione deriverebbe dalle dichiarazioni di Tiziana Rota, che il legale ha definito inattendibile. “Il movente dell’ipotetico omicidio – ha sostenuto Pugliese – lo introduce esclusivamente Tiziana Rota, teste assolutamente inattendibile che ci ha detto di essersi rivolta a una medium che le avrebbe consigliato di tenersi alla larga dalla vicenda e che le avrebbe rivelato che ad uccidere Denis siano state tre persone e che lo abbiano fatto vicino a una ferrovia. Come si può credere a una persona così?”.
L’avvocato ha quindi ricostruito la versione dei fatti fornita fin dall’inizio da Isabella Internò, mettendola a confronto con le deposizioni dei testimoni che, a suo giudizio, la confermerebbero. Ha richiamato la telefonata che, secondo la difesa, la giovane avrebbe ricevuto e non effettuato a Bergamini, il posto di controllo del brigadiere Barbuscio lungo la Statale 106, la successiva sosta nella piazzola dove i due sarebbero stati notati da Rinaldo, quindi da Napoli e infine da Panuncia, che avrebbe accompagnato Isabella fino al bar di Infantino.
Pugliese ha inoltre contestato l’attendibilità del testimone Forte. “E Forte? – si chiede Pugliese -. A differenza di quanto afferma la Corte d’Assise di Cosenza non è un teste credibile e affidabile perché dice di essere arrivato per primo ma poi afferma di aver percorso a piedi circa 100 metri e superato alcune auto prima di raggiungere il camion di Pisano e di averlo trovato con altre persone”.
Tra gli altri aspetti affrontati dall’avvocato anche il ruolo di Michele Padovano, indicato come possibile causa del malessere che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe spinto Bergamini verso il suicidio.
In chiusura, Pugliese ha ribadito la richiesta di assoluzione. “Sono 37 anni che questo processo risorge. Vi chiedo di analizzare le carte e riguardare tutto quello che abbiamo scritto nella richiesta di Appello. Vi chiedo di uccidere una volta per tutte questa araba fenice e di assolvere l’imputata”.
Concluse le arringhe difensive, la Corte ha aggiornato il procedimento al 17 novembre, data nella quale saranno eventualmente formulate le repliche prima della lettura della sentenza d’appello.