Attualità
3 Luglio 2026
L'intervento dello storico durante la manifestazione organizzata da Anpi e della Rete Ferrara Antifascista contro la riabilitazione di Italo Balbo durante il Festival delle Città Identitarie

De Michele: “Voi identitari rinchiusi in una stanza. Per noi la patria è il mondo intero”

di Pietro Perelli | 6 min

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Una piazza piena, illuminata dalle mille luci portate da chi ha scelto di accogliere l'appello di Anpi e della Rete Antifascista di Ferrara, capaci di radunare in Trento Trieste oltre 60 associazioni. È la risposta di Ferrara al Festival della Città Identitarie, promosso dall'amministrazione comunale, con cui, qui la denuncia, si è goffamente cercato di riabilitare la figura "illustre" di un fascista, Italo Balbo

Girolamo De Michele, quando sale sul palco di piazza Trento Trieste, alla manifestazione di Anpi e della Rete Ferrara Antifascista che vuole esprimere sdegno per la riabilitazione di Italo Balbo durante il Festival delle Città Identitarie, parte chiedendo un piccolo esperimento per introdurre Don Minzoni e il suo assassino.

Chiede di immaginare un litro di latte, un pezzo di pane da sette etti e mezzo chilo di pasta secca, quello che aveva a disposizione un contadino per una giornata. “Non quello che mangiava – precisa -, quello che aveva a disposizione. Perché, se c’era da comprare la medicina per il figlio, qualcuno beveva mezzo litro di latte o mangiava mezzo pane”.

E aggiunge: “Negli anni Venti, al tempo di Balbo, questa era la vita di un contadino. Ed è di questo che si tratta quando si parla della Ferrara delle campagne“. Ricorda quindi le grandi lotte del 1920 con cui i braccianti riuscirono a ottenere un litro di latte, un pezzo di pane da sette etti e mezzo chilo di pasta secca.

Un miglioramento che toccava le tasche degli agrari. “Il problema – spiega – è che i soldi e la terra, per gli agrari di Ferrara, erano come l’anello per Gollum: il loro tesoro. E un contadino non glieli poteva portare via. Ecco perché si sono comprati Balbo, si sono comprati il fascio. Ed è per questo che ad Argenta Natale Gaiba viene ammazzato”, e dopo di lui don Minzoni.

Cose che “non si vedono nel film di un cinematografaro il cui nome adesso mi sfugge, autore di un film tecnicamente insulso e sciatto e di una ricostruzione storica risibile tanto quanto la sua recitazione. Un film negazionista“. Si riferisce al film su don Minzoni interpretato da Stefano Muroni per cui chiede anche a chiunque conosca Stefano Bonaccini, ex presidente della Regione Emilia Romagna e oggi eurodeputato Pd, di chiedergli “perché lo ha finanziato”.

Dopo Gaiba è don Minzoni a diventare “il punto di riferimento dei contadini e dei socialisti”. Ricorda l’omelia antifascista e la sua povertà, “tutti i soldi che aveva li dava ai poveri”. Socialisti e cattolici in quella battaglia erano uniti, come lo erano don Minzoni e Natale Gaiba. “I socialisti – spiega De Michele – non entrano nella Lega Cattolica perché si sono convertiti. Entrano nella Lega Cattolica, cioè quella di Don Minzoni, perché è l’unica lega che impedisce ai fascisti di avere l’egemonia sulle terre“.

All’epoca tra le due famiglie fasciste che si sono accaparrate tutta la terra ad Argenta c’è quella di Augusto Maran, colui che “ha organizzato l’assassinio di don Minzoni”.

“Maran – spiega – non era uno squilibrato, come viene rappresentato in quel film di cui non ricordo il nome. È uno che mette in campo tutta la sua famiglia”.

Così i socialisti entrano nella lega cattolica perché, “quando lotti, quando resisti contro il fascismo, non sei libero di scegliere dove, come e quando. Ti allei con chi c’è. Combatti con chi combatte“.

“Nel mio liceo – prosegue con un altro esempio – c’è una lapide che ricorda Ludovico Ticchioni, partigiano garibaldino torturato e ucciso. Ludovico Ticchioni era liberale, monarchico e anche mezzo nobile. Non era comunista. Ma, se gli unici che avevano le armi e combattevano il fascismo erano i comunisti, lui si è arruolato nelle brigate comuniste e ha combattuto il fascismo da Ferrara a Codigoro, dal Po all’Adriatico, dal fiume al mare”.

De Michele ricorda la sequenza degli eventi che hanno portato alla morte di don Minzoni, la centralità di Balbo e come il capo degli agrari Vico Mantovani tenga “in mano la catena che finisce sul collo” del gerarca.

A giugno la prima riunione al Viminale, sono presenti Balbo, Mantovani e De Bono. Lì viene fatto l’elenco di tutti i problemi da risolvere a Ferrara e tra questi c’è don Minzoni. A luglio un primo tentativo di aggressione fallisce e a partecipare c’è lo stesso Mantovani. Il 9 agosto Balbo si reca ad Argenta per dire al parroco di smetterla, dopo due settimane il curato viene ucciso.

“Don Minzoni – sentenzia De Michele – è stato ucciso da un servo di padroni”.

Il professore, nell’intervento, corregge anche il senatore Alberto Balboni. “Balbo amico degli ebrei? – domanda retoricamente – Adesso disponiamo delle carte che Balbo aveva in mano quella notte in cui Mussolini convocò la riunione nella quale varò le leggi razziali”.

Il gerarca ferrarese “non ha nominato gli ebrei una sola volta, neanche quelli della Libia. Balbo ha contribuito, e lo si vede dai suoi appunti, a scrivere quella legge“.

Altra bufala quella che lo descrive come fondatore dell’aviazione. “Balbo è ministro dell’Aeronautica – ricorda De Michele – e, nel 1933, Mussolini in persona lo caccia a calci perché, su 3.100 aerei che Balbo dichiara disponibili, soltanto 911 sono realmente in grado di alzarsi in volo. Gli altri sono degli scassoni che servono soltanto come deposito di pezzi di ricambio”.

“Sette anni dopo – prosegue – quella gestione presenta il conto. Quando scoppia la guerra, 13.200 aviatori italiani muoiono e 5.500 rimangono feriti, mandati a combattere su vere e proprie bare volanti, lente e incapaci di competere con gli aerei inglesi. Balbo ha una responsabilità anche in quella strage dei nostri aviatori, mandati a morire. Altro che i kamikaze giapponesi”.

De Michele torna nuovamente sulle parole di Alberto Balboni che “ci ha definiti ‘antifascisti in servizio permanente effettivo’. Senatore, basta dire: antifascisti costituzionali. Ci hanno educato su quella Costituzione”.

“Avete detto – aggiunge -, citando uno dei vostri poeti, senatore, uno che a lei piace molto, che ‘un uomo che non difende le proprie idee o non è un uomo o non ha idee’ (Ezra Pound, ndr). La differenza, senatore, è che io quello che volevano dire i tuoi versi l’ho anche capito: non mi sono limitato a leggerli”.

“E allora – prosegue – volevo solo dire che non è vero che Balbo non è identitario, perché ce l’ha insegnato Bassani. Se giriamo l’angolo ce ne accorgiamo: non c’è una sola Ferrara, ce ne sono tre. C’è la Ferrara dei fucilati e la Ferrara dei fucilatori, e di quelli che stanno in alto, alla finestra della farmacia, e girano la testa dall’altra parte“.

E secondo De Michele questa Ferrara, quella dei fucilatori e di chi si gira dall’altra parte c’è ancora. “È la Ferrara – dice – che sbatte in strada cinquecento cittadini, cinquecento esseri umani. È la Ferrara che gira la testa davanti a un genocidio. È la Ferrara che continua a vendere Ferrara ai padroni. È la Ferrara degli shitstorm. È una Ferrara di merda”.

Ed è “di questa Ferrara che Balbo è davvero identitario” ma la risposta della piazza è: “Voi siete identitari, rinchiusi in quella stanzetta là in fondo.
Per noi la nostra patria è il mondo intero”.

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