di Anna Zonari*
Un anno fa avevo posto la domanda diretta: c’è un conflitto di interesse nel fatto che Vittorio Sgarbi presieda contemporaneamente Ferrara Arte, fondazione partecipata dal Comune, e la Fondazione Cavallini-Sgarbi, proprietaria delle opere che quella stessa rete museale espone? In Consiglio Comunale l’assessore Gulinelli rispose negando ogni criticità: nessun conflitto, nessun compenso, solo un “dono alla città”. Rispose, cioè, valutando la correttezza di una vigilanza che sarebbe spettata proprio a lui esercitare su se stesso – un’anomalia istituzionale che avevo segnalato allora e che oggi appare in una luce ancora più netta.
Perché oggi sappiamo che quel “dono” vale una royalty strutturata, una programmazione delle mostre in mano esclusiva alla famiglia Sgarbi, e una ripartizione dei proventi da sfruttamento commerciale delle immagini che premia la Fondazione quattro volte più del Comune.
Un anno di silenzi, risposte evasive e ora una convenzione scritta disegna il profilo di un’operazione gestita per proteggere gli interessi della Fondazione, non per tutelare quelli della città. Non si può derubricare a dettaglio tecnico quello che un anno fa era stato liquidato come non-problema politico. La domanda posta allora resta, con questa convenzione, ancora più urgente: chi controlla chi, e a beneficio di chi.
Con la delibera di Giunta n. 295 del 23 giugno 2026, il Comune di Ferrara ha approvato lo schema di convenzione con la Fondazione Cavallini-Sgarbi per il prestito delle opere della collezione, da esporre nel percorso museale del Castello Estense. Il Comune verserà alla Fondazione il 20% del prezzo di ogni biglietto, che oggi, con l’intero a 12 euro, significa 2,40 euro a visitatore, destinati a salire se il prezzo del biglietto verrà aumentato come la stessa delibera prospetta.
In più, la programmazione dei percorsi espositivi – quali opere, quando, per quanto tempo – resta una decisione esclusiva della Fondazione, che si limita a comunicarla al Comune; mentre tutti i costi di trasporto, allestimento, curatela e assicurazione restano interamente a carico del Comune, senza alcun tetto di spesa scritto nell’accordo.
C’è un ulteriore problema, reso ancora più urgente dal fatto che dal 1° settembre 2026 partono i lavori di restauro del Castello, un cantiere da 12,8 milioni di euro che durerà anni e comporterà chiusure parziali e spostamenti di spazi. In questo contesto, la royalty alla Fondazione non è legata a un incremento verificabile di visitatori: si applica sul 20% di ogni biglietto venduto, punto. Se gli ingressi al Castello dovessero calare per effetto del cantiere – come è ragionevole aspettarsi – il Comune continuerebbe comunque a versare la stessa percentuale alla Fondazione, su una base di incassi più bassa. Un accordo pensato per “aumentare i visitatori” che paga la stessa cifra anche se i visitatori diminuiscono.
C’è poi un punto ulteriore sulla durata. La Giunta ha scritto, nelle premesse dell’atto, che non sono ammissibili proroghe o rinnovi automatici della convenzione, come impone la legge 62/2005. Ma lo schema di convenzione allegato, all’articolo sulla durata, parla di un prestito fino al 2030 “salve ulteriori proroghe di almeno 10 anni ciascuna” – una formula che non specifica affatto che ogni proroga richieda una nuova delibera.
Questa durata smentisce, nei fatti, il linguaggio con cui l’operazione viene presentata. Negli atti si parla di “percorsi espositivi” a rotazione, cioè di mostre temporanee che si succedono nel tempo – mai di una collezione permanente. Ma la stessa delibera, nelle sue premesse, dichiara l’obiettivo di “trasformare quella raccolta in un elemento stabile dell’offerta culturale cittadina”: un obiettivo che, unito a una durata fino al 2030 e a proroghe di almeno un decennio ciascuna, descrive esattamente una presenza permanente, semplicemente organizzata in mostre che cambiano le opere esposte per evitare quella qualifica – con gli obblighi che ne deriverebbero.
Tutto questo, non è una novità. Nel 2020 il Comune approvò già una convenzione con la stessa Fondazione, quasi identica nella sostanza: stessa royalty del 20% sui biglietti, stessi oneri interamente a carico del Comune, stessa ambizione di una collaborazione pluriennale, decisa anche allora dalla sola Giunta. L’associazione Piazza Verdi presentò un esposto a Comune, Provincia e Soprintendenza, chiedendo di riequilibrare un accordo giudicato sbilanciato a favore della Fondazione. Non arrivò mai risposta né dal Comune né dalla Soprintendenza; rispose solo la Provincia, scaricando sul Comune ogni responsabilità di legittimità.
C’è un’ultima clausola dello schema di convenzione che merita attenzione. Al termine del prestito – tra quattro anni, o tra quattordici se scattano le proroghe – le opere dovranno essere riconsegnate dal Comune, a proprie spese, in un luogo che decide la Fondazione, non necessariamente la sua sede di Ferrara. Se una scelta del genere si materializzasse durante gli anni della convenzione, sarebbe comunque il Comune di Ferrara a pagare il trasporto delle opere fuori città – senza alcun tetto di spesa previsto, esattamente come per tutti gli altri costi di questa operazione.
Un anno fa la domanda era se ci fosse un conflitto di interesse. Oggi la domanda è più semplice: chi comanda su questa operazione? Non il Comune, che paga trasporti, assicurazioni, allestimenti e una royalty crescente senza sapere quanto spenderà in totale. Decide la Fondazione, che sceglie le opere, i tempi, la durata.
*Presidente Gruppo Consiliare La Comune di Ferrara
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