di Caterina Spadi
I Cpr come “sinonimo di disumanità e morte dei diritti”. Di questo si è parlato martedì 17 giugno, durante la seconda serata della sedicesima edizione degli Emergency Days che si è aperta con un incontro pubblico che volge lo sguardo alle mille ombre dei cosiddetti Cpr – centri di permanenza per il rimpatrio – portando sul tavolo una battaglia che Emergency, anche in quanto membro del Tavolo Asilo e Immigrazione, sostiene con grande fervore e convinzione.
L’incontro, coordinato dal giornalista Paolo Valenti, è arricchito dalle testimonianze di Luca Rondi, giornalista d’inchiesta molto attivo sul fronte Cpr, ed Emanuele Longo, medical coordinator Italia di Emergency e membro del Tavolo Asilo e Immigrazione.
La riflessione parte da lontano perché, per quanto possano sembrare una realtà appartenente ai tempi correnti, la storia dei Cpr in Italia risale al 1998, e solamente a cinque mesi dalla loro istituzione si colloca il primo incidente all’interno del centro di Trapani, dove cinque giovani hanno perso la vita a causa di un incendio. Decorsi quasi trent’anni, ora come allora, parlare di Cpr equivale, per gli ospiti, “a parlare di violazione dei diritti, appalti dai contorni tutt’altro che cristallini, autorità complici o fantasma, e persone che soffrono”.
Viene spiegato che i Cpr sono strutture adibite alla detenzione amministrativa, ossia al trattenimento in caso di irregolarità amministrative, non necessariamente a seguito di reato, idealmente al fine di rimpatrio. Per quanto “avvalorati” come strutture a garanzia della sicurezza pubblica, la realtà dei Cpr “si discosta enormemente dalla propaganda”.
Come racconta il giornalista Luca Rondi, sono tante le variabili in gioco quando si tratta di entrare o uscire da un centro di permanenza: “Per dirvela con l’aiuto di qualche numero, nel 2025 su circa 6500 persone trattenute nei Cpr solo 1600 sono state rimpatriate – con una percentuale minore del 25% – e, tra 2025 e 2026, otto persone su dieci al termine della loro permanenza nei centri non sono state soggette a rimpatrio. Non solo, entrare in un Cpr è per lo più una questione di sfortuna, in quanto su una stima di 300.000 persone irregolari nel nostro paese solo circa 500 al giorno vengono consegnate ai centri di permanenza, prelevate in maniera aleatoria e in base alla disponibilità di posti nel territorio”.
Tanti sono gli interrogativi posti in merito alla gestione dei Cpr. Tra questi “l’affidamento ad enti privati e di conseguenza spesso soggetti ad un rimpallo di responsabilità in caso di irregolarità, in un gioco tra pubblico e privato in cui si moltiplica il guadagno e si dimezzano le colpe”. Le dinamiche di potere pesano anche sulle udienze per l’entrata nei centri, affidate ai Giudici di Pace “per non gravare sugli oneri dei tribunali ordinari” e “spesso di dubbia legittimità”.
Dal punto di vista sanitario, nonostante l’obbligo di garantire il diritto alla salute a tutte le persone presenti sul territorio, le condizioni in cui versano questi centri “sono specchio di scarsa attenzione alle norme igieniche e garanzia di insalubrità”. Non si parla di eccezioni alla regola, ma di “un ritratto sistematico di strutture che ricordano carceri, all’interno delle quali non viene garantita privacy e regna un perenne stato di allerta, e in cui il manifestato disagio dei trattenuti viene spesso interpretato come atto dimostrativo piuttosto che come segnale d’allarme”.
“Si parte dalle visite di idoneità alla permanenza nei centri”, spiega Emanuele Longo, “spesso però eseguite da personale non specialistico e alla presenza di forze dell’ordine, passando per la mala-gestione di terapie e la noncuranza per la salute mentale, nelle mani di un ambiente sanitario che deturpa la definizione di “salute” in quanto benessere fisico, mentale e sociale”.
Emanuele Longo porta, a testimonianza della “mala-sanità” regnante nei Cpr, gli esempi eclatanti di un trattenuto diabetico per il quale non sono state applicate le dovute accortezze alimentari, e di un secondo trattenuto, affetto da asma, impossibilitato ad accedere a presidi medici. Ad oggi, i centri di permanenza per il rimpatrio sono da considerarsi a tutti gli effetti “luoghi patogeni”, “all’interno dei quali la salute dei trattenuti, se garantita al loro arrivo, non può che andare incontro a peggioramenti”.
L’incontro di martedì sera coincide malauguratamente con un’ultim’ora dal Parlamento Europeo, che ha approvato la versione definitiva del nuovo regolamento dell’Unione Europea sui rimpatri, istituzionalizzando a livello europeo i procedimenti che si stanno già attuando in Italia.
Alla luce di quello che è ritenuto “l’ennesimo schiaffo all’umanità, la domanda che ci si pone è come potersi battere per la garanzia dei diritti delle persone che attraversano i corridoi di queste strutture e, idealmente, affinché si possa chiudere il capitolo Cpr in via definitiva”. “Di fronte a esseri umani che si cuciono le labbra perché considerati invisibili e alla risposta delle istituzioni che fingono di non vedere la sofferenza che oscura i loro volti,” conclude il giornalista Luca Rondi, “la nostra responsabilità e sfida più grande è quella di trovare le parole giuste per continuare a descrivere queste realtà per quello che sono, con uno sguardo sempre agghiacciato davanti all’orrore che viene celato agli occhi dei più”.
Riemerge con amarezza la vicenda di Moussa Balde, 23enne che si tolse la vita il 23 maggio 2021 dopo nove giorni di permanenza presso il Cpr di Torino; mentre il periodo massimo di trattenimento in un centro ammonta a 18 mesi, “’condannato’ per la mancata possessione di un documento, la pena da scontare per l’allora direttrice della struttura di Torino è di un anno di reclusione per omicidio colposo. Con pena sospesa”.
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