di Tommaso Vissoli
Nando Dalla Chiesa è una delle voci più autorevoli in Italia sullo studio delle organizzazioni mafiose. Figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato dalla mafia a Palermo nel 1982, ha trasformato il lutto personale in impegno civile e scientifico. Sociologo, già professore ordinario all’Università degli Studi di Milano, ha fondato l’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross) e ha scritto saggi fondamentali sul tema. La sua ricerca unisce rigore accademico e conoscenza diretta del fenomeno, rendendolo un interlocutore unico nel panorama internazionale.
È partito da un’ammissione di metodo, nel suo intervento alla Spring School 2026 Mafias in Europe, Counter Policies and Countermeasures ospitata dal dipartimento di Giurisprudenza di Ferrara: mappare le mafie è un’impresa difficile, e non solo per ragioni tecniche. “Ogni volta che si è tentato di misurare le mafie con parametri scientifici, i risultati sono stati sconcertanti”, ha detto. Un esempio su tutti: secondo certi indicatori, la Provincia di Como risultava la più penetrata dalla ‘ndrangheta in Lombardia — un dato che impone umiltà metodologica prima ancora che politica. Per aggirare il problema, Dalla Chiesa ha adottato nel tempo un approccio ispirato alle agenzie di rating: non partire da definizioni precostituite, ma costruire la conoscenza a partire da chi conosce davvero le situazioni sul campo. Un metodo che ha portato anche a conclusioni controcorrente, come nel caso di Reggio Emilia, individuata come territorio ad alta penetrazione mafiosa quando l’allarme pubblico era ancora lontano.
Alla base del ragionamento c’è una distinzione che Dalla Chiesa tiene ferma: quella tra nozione sociologica e nozione giuridica di associazione mafiosa. Le due si richiamano, ma non coincidono. Per il sociologo, i tratti distintivi di un’organizzazione mafiosa sono il controllo del territorio, un sistema di dipendenza personale, rapporti organici con la politica e un codice culturale riconoscibile. Su questa base, non tutte le organizzazioni criminali presenti in Europa possono essere definite mafie in senso proprio — e questa esigenza definitoria non è un esercizio accademico, ma la premessa di qualsiasi analisi seria.
La mappa europea si è trasformata profondamente, e le cause sono tre. Il rafforzamento endogeno delle organizzazioni italiane: la ‘ndrangheta è cresciuta, Cosa nostra ha perso il suo centro unitario di comando, la camorra ha sviluppato una straordinaria capacità diffusiva, riuscendo oggi a diffondersi con maggiore facilità rispetto al passato. La caduta del Muro di Berlino, che ha aperto spazi inediti per la criminalità in nuovi Stati dalle istituzioni deboli — “i poteri totalitari non accettano la concorrenza dei poteri criminali”, ha osservato Dalla Chiesa — consentendo a organizzazioni come quelle romene di muoversi con libertà crescente. Infine, l’ingresso di questi paesi nell’Unione Europea, che ha portato maggiori controlli ma anche nuove opportunità di movimento e radicamento.
Un punto fermo nel suo ragionamento: “Non si decolonizzano le mafie. Non è che se vanno in altri Stati spariscono”. Le tre principali organizzazioni italiane si muovono con logiche diverse. Cosa nostra adotta una strategia mista. La ‘ndrangheta ha una vocazione spiccatamente colonizzatrice: non si limita a fare affari, conquista i territori e vi si radica. La camorra è invece orientata prevalentemente al business, cercando il controllo del territorio come strumento di potere economico più che come fine in sé. Capire questa stratificazione, ha sottolineato Dalla Chiesa, è essenziale: non basta sapere quanto spazio è stato conquistato, bisogna capire quali organizzazioni erano già presenti, quali si sono consolidate e quali stanno emergendo. La Svizzera ne è un esempio eloquente — non più solo il Canton Ticino, ma anche le zone centrali del paese mostrano oggi insediamenti ‘ndranghetisti strutturati.
Sul fronte dei mercati emergenti, ha richiamato l’attenzione sulle droghe sintetiche, fenomeno in forte crescita in Europa: si producono ovunque, senza dipendere dai tradizionali poli di Afghanistan e Colombia, e potrebbero modificare in profondità le geografie criminali del continente, mettendo fuori gioco schemi consolidati da decenni. A questo si aggiunge una variabile geopolitica di lungo periodo: “Le guerre lasceranno sul campo nuove organizzazioni criminali”, ha avvertito.
L’intervento si è chiuso con un affondo sulle responsabilità degli Stati. La direttiva europea sulla confisca dei beni mafiosi è emblematica: dei 27 Paesi dell’Unione, solo 7 l’hanno applicata seriamente, e il Lussemburgo non ha nemmeno aderito. Le ragioni sono molteplici — rimozione del tema dall’opinione pubblica, scarsa formazione universitaria specifica, corruzione, crisi democratica — e a queste si aggiunge la distrazione strategica: dopo l’11 settembre il focus si è spostato sul terrorismo. Un nemico alla volta, insomma. Con tutto ciò che questo comporta.
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