Attualità
20 Maggio 2026
I legali delle associazioni: "Emergono criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della Via in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette"

Stoccaggio di CO₂ a Ravenna. ReCommon e Greenpeace fanno ricorso al Tar

di Redazione | 5 min

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Il mega progetto di Eni e Snam per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio nell’Alto Adriatico della CO₂ presenta – secondo GreenPeace Italia e ReCommon“delle criticità molto serie”. È per questo che le due realtà hanno presentato un ricorso al Tar Lazio-Roma per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 30 gennaio scorso di valutazione positiva di impatto ambientale relativa al progetto di sviluppo delle infrastrutture del “Ccs Pianura Padana” presentato da Snam. Contestano in particolare il frazionamento dell’opera, “attuato approfittando di un iter autorizzativo più ‘agile'”.

“Il tutto – spiegano – con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e deltizi delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico”.

“Dalla documentazione del progetto – hanno commentato gli avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti -emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della Via in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette. Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al Tar. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto Ccs Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo“.

“Inoltre – hanno aggiunto gli avvocati – nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna”.

Ancora più assertiva Elena Gerebizza di ReCommon: “Ma quale sicurezza energetica! Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura ‘permanente’ della CO₂ tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi. Il Ccs Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla”.

“La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa – prosegue Simona Abbate, campaigner energia e clima di Greenpeace Italia – si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂. Per Greenpeace il Ccs è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno”.

“Ccs Pianura Padana” consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna Ccs”, a sua volta pietra angolare del “Ccs Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna, e sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo. Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna Ccs, che comprende sia le infrastrutture su terra del Ccs Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO₂.

A parlarne pochi giorni fa a Ferrara, alla rassegna Alfabeti Urbani, anche il giornalista Alex Giuzio durante un incontro dedicato al suo reportage, con foto di Michele Lapini, realizzato tra Comacchio, Rimini e il Galles. Giuzio aveva evocato il “Ravenna Css” come esempio di scelta che lascia eredità lunghissime sul territorio: decisioni prese oggi, ha osservato, possono pesare su chi abiterà queste zone tra due o tre secoli. Il giornalista ha anche ricordato come ReCommon, da tempo, critica il progetto definendolo una “falsa soluzione” alla crisi climatica e ha pubblicato dossier e analisi sul tema. A Ferrara a schierarsi fin da subito contro questo progetto anche la Rete per la Giustizia Climatica che aveva parlato di “tecnologia che imbroglia”.

Il ricorso al Tar muove i suoi passi da una scelta ritenuta “Illegittima” da Greenpeace e ReCommon, quella di “frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento“.

“L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione di impatto ambientale – spiegano – è quella relativa alle infrastrutture su terraferma, denominata per l’appunto Ccs Pianura Padana. Ma è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di ‘Progetto di Interesse Comune’ della Commissione europea. Nella fase industriale 2, che verrà presumibilmente avviata nel 2027, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti a largo di Ravenna anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su nave e/o camion”.

Si tratta di un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che però, spiegano nel comunicato, “non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente”.

Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto Ccs Pianura Padana. Fra il settembre del 2024 e l’aprile del 2025, hanno presentato varie osservazioni e contro-osservazioni, buona parte delle quali “non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente”. La procedura rientrava nell’ambito del Pnrr-Pniec, ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica. Greenpeace Italia e ReCommon hanno evidenziato delle carenze della valutazione di incidenza (Vinca), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto Pianura Padana Ccs.

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