È fissato per quest’oggi l’interrogatorio di garanzia di Mattia Galavotti, il 47enne imprenditore nel mondo delle investigazioni, finito in carcere poiché ritenuto capo e promotore dell’associazione a delinquere finalizzata all’accesso abusivo a sistemi informatici, alla corruzione e alla rivelazione di segreto d’ufficio, smantellata dalla maxi-operazione dagli agenti della Squadra Mobile della polizia di Stato dietro il coordinamento degli inquirenti della Procura di Napoli.
Con lui, nelle carte dell’inchiesta, ci sono finite altre due donne ferraresi: una 31enne e una 60enne, entrambe dipendenti di agenzie di investigazioni. Nei loro confronti era stato emesso il provvedimento dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Secondo gli inquirenti, Galavotti – ritenuto una figura apicale dell’inchiesta – avrebbe definito le strategie operative e coordinato le presunte attività illecite, organizzandone l’esecuzione e fornendo direttive agli affiliati. A riprova di ciò, sul proprio computer portatile, gli investigatori hanno trovato un documento in cui venivano riportati i ruoli svolti e le mansioni attribuite a ciascuno dei soggetti di cui organizzava il lavoro. Più marginale invece il ruolo delle altre due donne indagate, che – stando alla ricostruzione avanzata dagli inquirenti napoletani – avrebbero raccolto e distribuito agli altri associati le informazioni sensibili ottenute illecitamente dai presunti pubblici ufficiali infedeli.
“Data la corposità dell’inchiesta, e dell’incarico avuto solo nel pomeriggio, non sono in grado di valutare compiutamente i fatti. Non mi è pertanto possibile dire nulla, se non che la difesa sarà fatta con il massimo scrupolo professionale” è il commento dell’avvocato Daniele Bertaggia, legale difensore di Galavotti.
I tre avrebbero agito tra il 2020 e il 2023 con altre ventisei indagati, tutti sottoposti a misure cautelari: per tre è stato disposto il carcere, per sei gli arresti domiciliari, mentre per le restanti diciassette è stato deciso l’obbligo di presentazione alla pg.
Contestualmente alle misure cautelari, scattate anche nelle province di Napoli, Bolzano, Roma e Belluno, sono stati eseguiti a carico di alcuni indagati sequestri per un valore di circa 1.300.000 euro.
Le indagini, svolte in collaborazione con il Centro operativo per la Sicurezza cibernetica postale, hanno portato alla luce quello che gli inquirenti definiscono un articolato sistema di compravendita di dati sensibili. Informazioni ottenute illegalmente proprio da chi avrebbe dovuto garantirne la tutela: non soltanto appartenenti infedeli alle forze dell’ordine, ma anche funzionari corrotti dell’Agenzia delle Entrate e direttori di filiale di Poste Italiane.
I numeri del presunto dossieraggio illecito delineano proporzioni enormi: gli investigatori hanno ricostruito oltre 730 mila accessi abusivi ai sistemi informatici pubblici attribuiti soltanto a due dei poliziotti coinvolti.
A sostenere questo vasto meccanismo illegale sarebbe stato esclusivamente il profitto economico, alimentato dalle agenzie investigative private e regolato da un vero e proprio tariffario, con costi compresi tra 6 e 25 euro. Prezzi relativamente bassi che, però, grazie all’enorme mole di dati trattati, avrebbero garantito guadagni milionari.
Gli atti dell’inchiesta descrivono una vera e propria rete di utilizzatori finali: un sistema nel quale gli operatori privati si scambiavano informazioni in base ai diversi canali di approvvigionamento disponibili. Tra i nomi noti figurano, oltre al cantautore Alex Britti, all’attrice e conduttrice Lory Del Santo, all’ex portiere dell’Inter Milan Alex Cordaz, all’ex calciatore brasiliano Julio César e allo stilista Alberto Del Biondi, anche dirigenti di aziende farmaceutiche, imprenditori, un componente del board di Leonardo, manager di Generali e membri di famiglie nobiliari.
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