Una riflessione profonda sul significato della cura e sul valore delle relazioni come strumenti di rinascita e coesione sociale: è questo il cuore dell’iniziativa dal titolo “Dai confini del carcere alle soglie della vita. La scommessa vincente di relazioni che curano”, che si svela con la mostra “Dall’amore nessuno fugge”, allestita al Cinema Notorius di Ferrara (via Darsena).
Un’esposizione con immagini potenti, che propone un percorso narrativo attraverso storie reali, mettendo in luce come la fragilità, quando attraversata e non nascosta, possa generare nuova umanità e aprire possibilità inedite. La cura emerge come dimensione originaria dell’essere umano, fondata su una dinamica reciproca di dare e ricevere, essenziale nella costruzione dell’identità personale e collettiva.
Il progetto, nato dall’esperienza del ‘carcere senza sbarre’ in Brasile, invita a superare l’idea che la cura appartenga solo a contesti estremi, mostrando come essa attraversi ogni ambito della vita quotidiana e abbia la capacità di trasformare relazioni e realtà. Esperienze significative, come quelle delle carceri Apac e delle comunità Papa Giovanni XXIII, testimoniano concretamente come percorsi basati sulla relazione possano generare processi autentici di reinserimento e rinascita.
E tutto questo sarà visibile fino al prossimo 9 maggio nei corridoi del primo piano del Cinema Notorius, in una mostra che mercoledì 29 aprile è stata inaugurata. L’iniziativa è stata realizzata da Fondazione Zanotti, Student Office, Rimini Meeting, Centro Culturale L’Umana Avventura, con il supporto dell’assessorato alle Politiche Sociosanitarie del Comune di Ferrara (che ha concesso un contributo di 1000 euro), dell’Università di Ferrara e della collaborazione con il centro commerciale della Nuova Darsena, che ha messo a disposizione gli spazi rinnovando una proficua sinergia con le istituzioni che si sta traducendo in una valorizzazione della zona.
“Questa mostra – ha detto Giovanni Masino, professore del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara – porta al centro il tema della sostenibilità sociale. Una società è sostenibile non solo quando tutela l’ambiente o gestisce bene le risorse economiche, ma anche quando sa affrontare le proprie fratture sociali senza limitarsi a escludere. È sostenibile quando costruisce condizioni concrete perché una persona possa rispondere dei propri errori e, insieme, avere una reale possibilità di ricostruirsi come attore sociale e ricomporre le fratture del passato. In questo senso, l’Università può offrire un contributo importante: studiando questi percorsi con serietà, valutandone gli esiti, promuovendo una cultura dell’inclusione, e riflettendo sul loro ruolo nella costruzione di coesione sociale. Credo che questa mostra ci consegni un messaggio semplice e forte: una comunità è più giusta, più sicura e più umana quando non cancella la responsabilità, ma non cancella neppure la persona”.
“A proposito di cura e impegno verso le persone detenute, l’Università non si tira indietro – ha evidenziato Stefania Carnevale, delegata della rettrice dell’Università degli Studi di Ferrara -. Unife è impegnata da anni nel mantenere rapporti proficui e costanti con il carcere. Abbiamo anche attivato un polo universitario penitenziario, attraverso il quale lavoriamo per il recupero sociale, promuovendo una cultura dell’inclusione e facendo sentire i detenuti parte della comunità universitaria. Attualmente contiamo 25 studenti: 22 all’interno del carcere e 3 in regime di misure alternative alla detenzione. L’Università investe molto in questo ambito: mettiamo a disposizione tutor e offriamo contributi per l’acquisto di libri e computer. Siamo inoltre impegnati in attività di Terza Missione rivolte all’intera popolazione della casa circondariale, in particolare con il Dipartimento di Giurisprudenza, che gestisce uno sportello gratuito di supporto all’esercizio dei diritti dei detenuti, offrendo orientamento legale e informazione giuridica. Ringrazio chi ha ideato questa mostra e chi si impegna quotidianamente in questi progetti, perché offriranno a chi vorrà approfondire uno sguardo nuovo sul tema della rieducazione, permettendo di leggerla da una prospettiva diversa, lontana dai modelli a cui siamo abitualmente esposti”.
“Questa iniziativa – ha dichiarato l’assessore comunale alle Politiche Sociosanitarie, Cristina Coletti – rappresenta, a livello locale, una visione inclusiva della città: una comunità che investe nella qualità delle relazioni come leva fondamentale di cura, reinserimento e coesione sociale. In un tempo in cui spesso prevalgono logiche di separazione e diffidenza, progetti come questo ci ricordano che è possibile costruire ponti e generare fiducia. Questo progetto è il frutto di una collaborazione significativa tra realtà del terzo settore, mondo accademico e istituzioni, che dimostra come il lavoro di rete possa produrre valore autentico e duraturo per l’intera comunità. La mostra e i momenti di confronto che la accompagnano non sono semplici eventi culturali, ma veri e propri spazi di incontro, ascolto e dialogo, in cui ciascuno può mettersi in gioco, lasciarsi interrogare e contribuire a una riflessione collettiva sul senso della cura e della responsabilità reciproca. Crediamo fortemente che esperienze come queste possano avere un impatto profondo anche sul tessuto sociale cittadino, che già beneficia di una forte sinergia tra l’Amministrazione comunale, l’Amministrazione penitenziaria, l’Università e la rete sociale che ruota attorno alla Fondazione Zanotti. Insieme, stiamo mettendo in campo tante azioni positive per la città, anche in questa zona, la Darsena, su cui c’è una forte attenzione grazie anche alla costante disponibilità della direzione del centro commerciale”.
“È una mostra – ha aggiunto Maria Martone, direttrice della Casa Circondariale di Ferrara – che può fornire una prospettiva diversa del carcere, non come semplice luogo di punizione ma, soprattutto, come comunità di soggetti titolari di diritti civili e sociali in quanto persone e in quanto cittadini, ad esempio il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, all’affettività. La cura della persona in carcere rappresenta un concetto ampio che riguarda tutta una serie di attività che l’amministrazione penitenziaria è chiamata a svolgere durante il periodo di detenzione per rendere concreta la rieducazione di un detenuto non solo in termini penali ma anche psicologici, sociali e formativi. La detenzione deve essere un percorso di ripensamento critico, deve essere un’esperienza in grado di aprire a progettualità di cambiamento e di crescita personale attraverso un lavoro sinergico e multiprofessionale che coinvolge più operatori. La cura della persona in chiave pedagogica rappresenta un elemento caratterizzante del trattamento penitenziario e dell’osservazione trattamentale, da intendersi anche come attività di sostegno e di orientamento del detenuto, attraverso un’ampia gamma di interventi. La cura della persona in carcere si traduce nell’impegno a preservare la dignità umana del detenuto in un luogo, per sua natura chiuso, che deve tuttavia aprirsi sempre più alla comunità, coinvolgendo più direttamente e concretamente i cittadini, le associazioni, le istituzioni e il volontariato nell’opera del recupero sociale del detenuto, instaurando relazioni continue con questa rete esterna che può rappresentare un importante punto di riferimento e di supporto per i detenuti”.
“La mostra “Dall’amore nessuno fugge – ha affermato Maria Novella Bugetti, promotrice dell’iniziativa – organizzata su mia iniziativa dal Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara, del Comune di Ferrara, e in particolare in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Sociosanitarie, dalla Fondazione Zanotti, ospitata dalla Darsena in un luogo in questi giorni molto frequentato anche dai giovani universitari, racconta l’esperienza delle carceri “senza sbarre” in Brasile e si intreccia con quella delle Comunità educanti con i carcerati dell’Associazione Papa Giovanni XXIII: luoghi in cui la persona che deve scontare una pena non è ridotta al proprio errore, ma è accompagnata in un percorso di cambiamento reale. Il limite di un vissuto difficile, drammatico, disperato può ritrovare senso, segnando non più un confine invalicabile che preclude l’ingresso nella realtà, ma la soglia che apre al sogno possibile di un nuovo inizio. Al cuore di tutto c’è la dinamica essenziale della “cura”, data e ricevuta, che segna la cifra di un’autentica ripartenza: non come risultato di un progetto, ma come esperienza che riapre il rapporto con sé, con gli altri, con la realtà. La cura infatti non è solo gesto rivolto all’altro, ma esperienza che trasforma chi la vive: costringe a uscire da sé, a misurarsi con il limite, a riconoscere il valore dell’altro non per ciò che produce o restituisce, ma per ciò che è. In questo senso, essa rappresenta uno dei luoghi più autentici in cui si manifesta l’umanità”.
La mostra sarà aperta gratuitamente fino a sabato 9 maggio. Ogni giorno, dalle 12 alle 14, saranno svolte visite guidate. Per informazioni, o per prenotare una visita, si possono contattare: fondazionezanotti@gmail.com; fe.studentoffice@gmail.com; marianovella.bugetti@unife.it.