Lagosanto
21 Aprile 2026
Zappaterra e Rizzo Nervo bocciano il "Decreto Flussi". Dal modello Portomaggiore alla lotta al caporalato: la Regione punta su legalità e sportelli contro lo sfruttamento

Nel Delta l’integrazione è ormai una stringente necessità economica e sociale

di Redazione | 4 min

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di Asia Bertarelli

Marozzo. Tra le mura dell’Ecomuseo della Bonifica, si è tenuto l’incontro dal titolo “Migrazioni e Migranti nel delta del Po”, svoltosi martedì 21 aprile nella sala Paola Ricci. Un convegno che ha squarciato il velo di ipocrisia che spesso avvolge il tema migratorio, restituendo la fotografia di un territorio dove l’integrazione non è più una scelta ideologica o un atto di generosità, ma una stringente necessità economica e sociale.

In un Delta che invecchia, il verdetto dei dati è unanime: senza il contributo dei lavoratori stranieri il sistema produttivo locale non sarebbe in grado di operare, né di garantire quegli standard agricoli e industriali che tengono ancora in vita l’economia della provincia.

Il dibattito, introdotto dalla consigliera dell’ufficio di presidenza dell’assemblea legislativa della regione Emilia-Romagna Marcella Zappaterra, ha messo subito in chiaro che l’immigrazione è una componente strutturale del territorio e che l’immigrazione può essere una grande risorsa per il territorio del Delta del Po.

Zappaterra ha poi parlato del “Decreto Flussi” e il meccanismo dei “Click Day“, definendoli strumenti del tutto estranei alle reali dinamiche del mondo agricolo. “Siamo di fronte a una burocrazia lenta — sottolinea — i cui ritardi risultano incompatibili con i tempi fisiologici delle stagioni”. Secondo l’esponente del Pd, l’ingresso dei lavoratori stranieri richiede una programmazione strutturale: “Non deve essere considerata un’emergenza e nemmeno una polemica politica”.

In definitiva, l’approccio di Zappaterra si poggia su un pragmatismo ritenuto necessario: superare la retorica dell’emergenza e la propaganda della paura per trasformare la gestione dei flussi nel motore indispensabile della rinascita economica regionale.

In seguito è intervenuto il delegato per immigrazione e cooperazione internazionale dell’Emilia-Romagna Luca Rizzo Nervo per conto del presidente della regione Emilia-Romagna che integra l’analisi politica con una fitta base di dati tecnici forniti dall’Osservatorio regionale, spostando il focus dalla teoria alla realtà demografica e sociale della provincia di Ferrara e del Delta del Po.

Ha sottolineato che in regione ci sono 570mila persone che rappresentano il 12,8% della popolazione emiliano-romagnola. La provincia di Ferrara ne conta 39.578, posizionandosi al terzultimo posto in regione, è però la provincia che ha registrato la crescita maggiore negli ultimi anni.

Rizzo Nervo ha analizzato uno dei pregiudizi più radicati nel dibattito pubblico analizzando il saldo tra contributi versati e servizi ricevuti, spiegando che “i lavoratori stranieri versano nelle casse dello stato 4 miliardi in un anno. Quale governo rinuncerebbe a un bilancio positivo di 4 miliardi di euro? Nessuno”.

L’analisi si è poi spostata sulle contraddizioni legislative che sabotano l’integrazione, come il limite di reddito imposto a chi vive nei centri di accoglienza: “La possibilità di restare in quelle strutture è condizionata dal fatto che la persona non superi i 7.200 euro l’anno”.

L’intervento si è chiuso con un richiamo alla vigilanza etica, sottolineando come l’illegalità e il caporalato non sia un problema geograficamente distante. Per rispondere a questa minaccia, il delegato della regione Emilia-Romagna ha evidenziato l’importanza di costruire reti di protezione sicure attraverso iniziative regionali specifiche.

“Abbiamo messo in campo – sottolinea Rizzo Nervo – il progetto ‘Common Ground’ contro lo sfruttamento, che offre uno strumento di tutela: gli sportelli servono da filtro per chi ha paura di andare in caserma. Solo così il lavoratore può essere preso in carico e arrivare a denunciare, portando il lavoro sul terreno della legalità e della sicurezza”.

In seguito è ‘intervenuto Dario Bernardi, sindaco di Portomaggiore, un comune dove gli stranieri sono davvero il 22% e dove le sfide legate al fenomeno migratorio sono tante tra cui: senso di sicurezza, integrazione, intercettare i giovani e gli impatti sulle differenze culturali, la situazione abitativa e le scuole sono le priorità dell’Amministrazione.

Oltre alla repressione, il modello Portomaggiore punta su sportelli lavoro trasparenti e trasporti legali per i campi, sottraendo braccianti alla morsa del caporalato che arriva a chiedere 200 euro al mese per un posto su un pulmino scassato.

A chiudere il cerchio è stata una riflessione profonda sulla sfida culturale. Contro l’idea di “classi separate” per i bambini stranieri, è emersa la necessità di investire sulla lingua e sulla scuola come unico vero luogo di incontro.

“La segregazione – sottolinea il sindaco Dario Bernardi – crea scontro tra identità, non integrazione”.

A chiudere il confronto è stato il capogruppo del Pd in Regione Paolo Calvano, che ha richiamato le istituzioni al “coraggio” di governare un fenomeno ormai strutturale. “Immaginate un giorno senza immigrati nel Delta — ha provocato l’assessore — il nostro intero sistema economico e sociale semplicemente si fermerebbe”.

Infine, un richiamo alla memoria storica: “Siamo una terra che in passato ha saputo integrare i migranti del nostro Sud, diventando più ricca. Oggi la sfida è la stessa: superare la propaganda della paura e trasformare l’accoglienza in un’infrastruttura strategica per il futuro dell’Emilia-Romagna”.

Il convegno di Marozzo si è concluso con un plauso al “coraggio” degli organizzatori e del sindaco di Portomaggiore, spesso sotto attacco mediatico per le sue scelte.

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