di Fabio Cavallari e Stefania Soriani*
L’incendio del Grattacielo dell’11 gennaio 2026 ha rappresentato uno spartiacque per la città di Ferrara, da quel momento una situazione da anni segnata da criticità è diventata emergenza.
Il 12 febbraio, alle 6.30 del mattino, attorno agli edifici si è materializzata una scena che la nostra città non può archiviare come ordinaria amministrazione: non si può dire che “sia andato tutto bene”.
Famiglie con valigie sotto la pioggia, bambini piccoli, anziani spaesati, lavoratori che non sanno dove dormiranno la sera stessa. Parliamo di circa 500 persone coinvolte complessivamente dalle ordinanze di inagibilità adottate ai sensi dell’articolo 54 del Testo Unico degli Enti Locali.
Non è un dettaglio tecnico. È un atto autoritativo del Comune che produce conseguenze dirette e profonde sulla vita delle persone.
Dopo il principio d’incendio della Torre B era evidente che la vicenda non potesse più essere trattata come un semplice contenzioso tra privati: quando un evento legato alla sicurezza determina l’allontanamento forzato di centinaia di cittadini, la dimensione diventa inevitabilmente pubblica.
Non a caso il Prefetto ha convocato un Tavolo Tecnico di Coordinamento coinvolgendo Regione, Comune, Azienda Usl, Ufficio scolastico, Acer, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali, terzo settore, Caritas, Croce Rossa, gestori di servizi pubblici e sistema bancario. Un tavolo di questa ampiezza non è un atto simbolico: è il riconoscimento che siamo di fronte a una crisi sociale complessa, che richiede risposte integrate.
Eppure, continua a emergere, da parte dell’Amministrazione comunale, un’impostazione che tende a ricondurre la vicenda prevalentemente a rapporti tra privati. Se l’allontanamento dalle abitazioni è conseguenza di ordinanze comunali adottate per ragioni di sicurezza pubblica, le ricadute non possono essere considerate esclusivamente privatistiche: quando un atto pubblico genera fragilità collettiva, quella fragilità diventa responsabilità pubblica.
Abbiamo visto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di: lavoratori e lavoratrici, famiglie integrate nel tessuto cittadino, genitori con figli nelle nostre scuole, anziani che qui hanno costruito la propria vita. Non è accettabile che in una società civile queste persone vengano lasciate sole.
Per questo oggi non bastano dichiarazioni. Servono atti concreti. Ed è necessario chiarire un punto politico fondamentale: l’Amministrazione comunale deve assumere un ruolo diretto – o quantomeno di reale facilitatore – nella gestione dell’emergenza.
Non è possibile scaricare una crisi sociale di questa portata sulle sole associazioni di volontariato o sul terzo settore. Il volontariato è una risorsa preziosa, ma non può sostituirsi alla responsabilità pubblica.
Chiediamo con urgenza: l’istituzione immediata di un Fondo comunale straordinario per l’emergenza abitativa, con risorse dedicate per sostenere affitti, caparre, spese di trasloco e sistemazioni temporanee; la sospensione temporanea di mutui e rate condominiali, attraverso un accordo con Abi e istituti di credito, per le famiglie colpite dalle ordinanze; la sospensione o rimodulazione delle utenze e dei tributi locali, in collaborazione con Hera ed Enel, evitando che le famiglie paghino per abitazioni dichiarate inagibili; un piano di housing temporaneo coordinato dal Comune, utilizzando patrimonio pubblico disponibile, accordi con privati e convenzioni straordinarie, garantendo continuità territoriale ai nuclei con minori; la tutela della continuità scolastica per bambini e ragazzi coinvolti, anche attraverso trasporti dedicati; un presidio sociale permanente, con uno sportello unico di accompagnamento per orientare le famiglie tra pratiche, contributi e servizi; un cronoprogramma pubblico e trasparente sugli interventi strutturali e sulle prospettive future dell’immobile.
In questo contesto non si può ignorare un ulteriore elemento: negli ultimi anni non si è investito con la necessaria determinazione sul recupero e sulla piena disponibilità del patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Numerosi alloggi Acer risultano oggi indisponibili o non assegnabili. Se quel patrimonio fosse stato adeguatamente riqualificato e reso operativo, la città disporrebbe oggi di strumenti più solidi per affrontare un’emergenza abitativa di questa portata.
Questa è probabilmente la più imponente crisi sociale e abitativa che Ferrara affronta dal dopoguerra e come tale deve essere gestita.
Per quanto ci è stato possibile, come Rifondazione Comunista abbiamo cercato di essere vicini agli sfollati fin dal primo giorno, offrendo presenza, ascolto, accompagnamento ai servizi e, quando possibile, accogliendo persone anche nelle nostre case.
Ferrara è una comunità. E una comunità si misura dalla capacità di non lasciare sole le persone quando perdono casa, stabilità e sicurezza per la dignità e la tutela delle loro vite. Noi continueremo a stare da quella parte.
*Co-segretari di Rifondazione Comunista federazione di Ferrara
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