Una lettera accorata, personale, ma anche politica nel senso più alto del termine: quello che riguarda la vita delle persone. A scriverla è Elena Cadamagnani Fedrigoni, nata e cresciuta nel complesso del Grattacielo di Ferrara, oggi residente in via della Fortuna. Fino a ieri, nella torre sgomberata dal Comune per motivi di sicurezza, abitava sua madre, 83 anni.
Lo sgombero del Grattacielo — disposto dall’amministrazione comunale dopo il principio d’incendio dell’11 gennaio 2026, episodio che ha accelerato una situazione già oggetto di attenzione pubblica e amministrativa — ha rappresentato per molti residenti uno spartiacque definitivo. Una vicenda ampiamente documentata da Estense.com, che nelle ultime settimane ha seguito passo dopo passo gli sviluppi legati alle condizioni strutturali e alle ordinanze emesse dal Comune.
Nella sua lettera indirizzata ai giornali, Cadamagnani Fedrigoni non usa mezzi termini: “Ieri si è assistito alla pagina più buia della storia del Grattacielo. Non si doveva arrivare a questo nonostante tutti gli sforzi dei proprietari”.
Parole che raccontano un sentimento diffuso tra chi ha vissuto quelle torri non soltanto come unità immobiliari, ma come comunità. La sua testimonianza si concentra anche sul clima che si è sviluppato attorno alla vicenda, soprattutto sui social network: “In questi giorni sui social ho letto commenti cattivi, razzisti e discriminatori. Mi ha fatto molto male leggerli, e mi sono resa conto di abitare e vivere in una città razzista e poco empatica, e di questo mi vergogno tanto”.
Un passaggio duro, che denuncia non solo la gestione dell’emergenza abitativa, ma anche la reazione di una parte dell’opinione pubblica. “Persone che commentano senza sapere e da fuori si è tutti bravi. Il mondo ormai è globale, dobbiamo mettercelo nella testa e non far finta che non esista”.
Il Grattacielo, nel racconto della lettera, non è il simbolo del degrado descritto in molte narrazioni, ma un microcosmo sociale: “Io e mia sorella ci siamo cresciute in quelle torri, e insieme a noi altri bambini e ragazzini, abbiamo creato amicizie che sono diventate come famiglia e ci portiamo dietro da oltre 50 anni”.
E ancora: “Abbiamo imparato ad accettare tutti perché quel condominio lungo i suoi 365 gradini aveva colore, suoni, parole e personalità”.
Un’immagine potente: 365 gradini come un calendario umano, fatto di differenze e convivenza. Anche durante le operazioni di sgombero, sottolinea, la solidarietà non sarebbe mancata: “Anche ora durante lo sgombero ci si aiutava indipendentemente dal colore e dal credo”.
La ricostruzione proposta dalla firmataria è netta anche sul piano delle responsabilità: “Quello che è accaduto è frutto di una serie di errori e di colpe congiunte, ma si sa la colpa non la vuole mai nessuno”.
E rivendica il comportamento dei proprietari: “Posso dire con certezza che la maggior parte dei proprietari ha pagato quello che veniva chiesto e lotteranno per riavere la loro casa”.
Il passaggio più delicato riguarda l’incendio dell’11 gennaio 2026, che secondo l’autrice avrebbe rappresentato un punto di svolta atteso: “Sono certa che se non accadeva il principio di incendio del 11 gennaio 2026 sarebbe andato avanti ancora. Quella data è stata l’occasione imperdibile per procedere con un piano già architettato da tempo e si aspettava solo la miccia”.
Un’accusa pesante, che lascia intravedere la convinzione che lo sgombero fosse una decisione maturata ben prima dell’emergenza.
Il cuore della lettera, però, è tutto nel diritto all’abitare: “La casa è un diritto il luogo sicuro dove stare, perderlo in 15 giorni e essere trattati come degli abusivi in casa propria fa molto male”.
Parole che restituiscono la dimensione umana di una vicenda che intreccia sicurezza, responsabilità amministrative e fragilità sociali.
Al di là delle ricostruzioni tecniche e degli atti formali, resta una frattura aperta tra istituzioni e residenti, tra percezione pubblica e memoria privata. Per chi nel Grattacielo è cresciuto, quelle torri non sono soltanto cemento e criticità strutturali, ma storia personale, identità, comunità.
E oggi, per molti, una casa perduta.
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