Cronaca
4 Febbraio 2026
I difensori chiedono l'assoluzione perché quanto accaduto non costituisce reato: "Vito Mauro è come tutti noi. Ha affrontato la situazione seguendo le iniziative ortodosse di un uomo quadrato. Eppure è stato abbandonato da tutti"

Big Town. Le difese: “Assolvete i Di Gaetano”

di Davide Soattin | 4 min

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Un appello alla Corte d’Assise del tribunale di Ferrara, e in particolare ai giudici popolari, affinché nel momento della loro decisione sappiano guardare a Vito Mauro Di Gaetano non soltanto come a un imputato, ma come a un “imprenditore, un bravo padre di famiglia, un uomo come tutti noi” che, durante la serata del 1° settembre 2023, quando il proprio locale – il Big Town di via Bologna – venne trasformato in teatro di sangue e orrore, fu travolto da una “reale situazione di paura“.

Parte da qui l’arringa difensiva dell’avvocato Michele Ciaccia, legale del barista 43enne che, insieme al padre Giuseppe Di Gaetano, 72 anni, è oggi a processo per l‘omicidio volontario del 42enne Davide Buzzi, aggravato dalla crudeltà, e per il tentato omicidio del 23enne Lorenzo Piccinini. Accuse per cui, al termine della propria requisitoria nella scorsa udienza, la pm Barbara Cavallo della Procura di Ferrara aveva chiesto la condanna a ventiquattro anni di carcere per entrambi gli imputati.

Tuttavia, secondo la difesa, rappresentata anche dagli avvocati Giulia Zerpelloni e Stefano Scafidi, i fatti contestati a padre e figlio non costituiscono reato: per questo motivo è stata chiesta l’assoluzione.

Facendo riferimento a quanto portato all’attenzione durante la requisitoria e le arringhe delle parti civili, l’avvocato Ciaccia ha voluto sottolineare alla Corte quella che, a suo dire, sarebbe la tendenza a “sminuire gli aspetti della personalità di Buzzi, che viveva la legalità come qualcosa di marginale” e ad “accentuare invece quelli dei Di Gaetano, dipingendoli come persone avvezze a comportamenti tipici di soggetti non normali”, parlando di un “tentativo di trasformare Vito Mauro in ciò che non è”.

Ciaccia, quindi, riavvolgendo il nastro a quella sera di inizio settembre, ha evidenziato come “un sentimento di paura permeasse tutte le persone presenti nel locale“. “In questo processo – ha osservato il legale – si è spesso parlato di percezioni soggettive, ma quando ci troviamo di fronte a sei o sette persone che hanno paura, forse non siamo a una riunione di don Abbondio, bensì in una situazione reale di paura, tant’è che tra la dozzina di persone presenti non c’è nessuno che abbia provato a intervenire”.

“È indubbio che quella percezione soggettiva abbia un valore di cui non potete non tenere conto“, ha aggiunto, tirando in ballo anche il filmato della ‘mattanza’, che “mostra sì ciò che è successo, ma non può mostrare ciò che Vito e Giuseppe provavano quando Buzzi e Piccinini entrarono nel locale”.

Il filmato della “mattanza” è stato richiamato anche dall’avvocato Giulia Zerpelloni per sottolineare che i due imputati “non erano preparati ad affrontare la situazione“, contrariamente a quanto sostiene la Procura. “I veri preparati erano Buzzi e Piccinini, come risulta dai messaggi tra i due”, ha aggiunto, specificando che il primo “era orientato a vendicare la morte del figliastro a modo suo, tant’è che durante le indagini è emerso l’intento di Buzzi di dare fuoco al locale, e quindi il rischio era concreto e preannunciato“.

“Guardando il video bisogna mettersi nei panni di chi era lì, di chi ha vissuto quei momenti e dello stato d’animo di Vito Mauro e Giuseppe Di Gaetano, oltre che considerare i fatti precedenti”, ha proseguito Zerpelloni, chiedendo l’applicazione anche dell’attenuante della provocazione.

Per l’avvocato Stefano Scafidi, invece, “non bisogna fidarsi del convincimento secondo cui i Di Gaetano avrebbero reagito in maniera assolutamente non giustificata a una violenza contenuta e poi interrotta da Buzzi e Piccinini. Non è così”. “Buzzi – ha sottolineato – viene descritto come un ragazzo di cuore, e non faccio fatica a crederlo, ma era anche una persona instabile, per l’uso di sostanze stupefacenti e alcol, come quella sera aveva fatto, e godeva di una pessima reputazione“.

“Veniva da due o tre settimane”, ha ricordato, “in cui aveva manifestato grandissime sofferenze per la morte del figliastro Edoardo Bovini, mostrando uno sconvolgimento enorme che lo aveva mandato letteralmente in tilt. La sua reazione è stata quella che abbiamo visto tutti e che è culminata nei fatti del 1° settembre 2023, senza esitare a scatenare la propria furia, incurante di qualsiasi effetto di legge”.

Il riferimento è anche all’aggressione al presunto pusher che aveva venduto droga a Bovini e a Hamza Ben Khaled, uno straniero che era finito sotto protezione dopo aver commentato sui social la notizia del malore con parole sprezzanti, augurando la morte al giovane. Buzzi lo aveva minacciato di morte e poi aveva partecipato, come rinforzo, allo scontro avvenuto al Bar Condor tra Ben Khaled e i genitori di Bovini e Lorenzo Piccinini.

“Tutte queste informazioni – ha proseguito Scafidi – sono arrivate alle orecchie di Vito Mauro Di Gaetano e poi ai familiari che lo hanno aiutato, facendogli compagnia. Sono informazioni fondamentali per comprendere quel climax di paura che queste persone hanno attraversato”. “Vito Mauro – ha chiuso l’avvocato – ha cercato comunque di affrontare la situazione seguendo tutte le iniziative ortodosse di un uomo quadrato. Eppure nulla gli è servito, finendo abbandonato da tutti“.

Il processo tornerà in aula il 4 marzo per repliche e dichiarazioni spontanee dell’imputato 43enne, come preannunciato dalla difesa. Poi la sentenza.

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