La Procura di Ferrara ha chiesto 24 anni di pena per Vito Mauro Di Gaetano, 43 anni, titolare del bar Big Town, e per suo padre Giuseppe, 71 anni. I due sono a processo davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Ferrara per l’omicidio volontario aggravato del 42enne Davide Buzzi, avvenuto all’interno del locale di via Bologna la notte del 1º settembre 2023, e per quello tentato del 23enne Lorenzo Piccinini, ferito in maniera grave, durante le violente fasi della ‘mattanza’.
La richiesta di condanna è arrivata dopo circa tre ore di requisitoria, in cui la pm Barbara Cavallo – titolare del fascicolo di indagine – ha valutato comunque un bilanciamento tra l’aggravante della crudeltà e alcune attenuanti specifiche.
Queste ultime riguardano principalmente le condotte di padre e figlio e consistono nell’aver messo a disposizione degli inquirenti le videoriprese del locale, nello stato d’animo intriso di stress e ansia attraversato dai due, nel tentativo di estorsione subito da Buzzi e Piccinini, dall’aver contattato le forze dell’ordine prima dei fatti e nell’aver provato a prevenire l’epilogo violento della vicenda, mostrando inizialmente la volontà di demandare alle autorità la gestione di una situazione potenzialmente esplosiva.
Per la Procura però non ci sono i presupposti per la legittima difesa e, consequenzialmente, nemmeno per l’eccesso colposo di quest’ultima. Così come lo stato fortemente turbato dei due imputati non può arrivare a escludere alcun tipo di responsabilità. “Nessuno vuole trasformare Buzzi e Piccinini in martiri” afferma Cavallo, ma le riprese delle telecamere, le intercettazioni ambientali e i testimoni sentiti evidenziano un “radicale capovolgimento dei ruoli” quando, dopo il ferimento del 23enne, i Di Gaetano da pecore diventano lupi, senza cessare l’azione, ma intensificandola in modo “aggressivo e sistematico” fino a trasformarla in “crudeltà persistente” con i colpi di lama e lucchetto rifilati ai due ‘sgraditi’ clienti che ormai non rappresentavano più un pericolo.
Il risultato – spiega la pm – è una “reazione protratta e sproporzionata” rispetto al pericolo iniziale, in cui il Big Town finisce per diventare “teatro di morte, orrore e distruzione“.
Infatti, quando Vito Mauro infierisce e lo colpisce con quasi quaranta colpi di lucchetto al volto, Buzzi – prosegue Cavallo – era “già fortemente offeso”. “Era una maschera di sangue, barcollante, indebolito e col respiro affannoso” dice e l’efferata crudeltà del titolare del locale consiste “nel distruggerne e cancellarne l’integrità e l’identità, al punto tale da renderlo inoffensivo in via definitiva, precludendogli ogni possibilità di difesa. L’atteggiamento è di chi sta vivendo rabbia”. Del resto, in quel momento, il proprietario del Big Town “sentiva di aver perso tutto, di veder crollare gli sforzi di una vita e tutti i sacrifici di imprenditore e padre”. “Una reazione comprensibile sul piano umano ma purtroppo non su quello giuridico” aggiunge la pm.
In altre parole, per il pubblico ministero, Vito Mauro è stato travolto da uno “tsunami di emozioni” che vanno dalla paura all’agitazione fino alla stanchezza e, soprattutto, alla rabbia finendo per sfociare nell’overkilling. Da qui l’aggravante della crudeltà che trova conferma nello “schiacciamento dell’avversario” attraverso una “serie lunghissima di colpi” inferti col lucchetto ai danni di un corpo “martoriato” come quello di Buzzi, che “da solo fornisce il senso e la ragione per contestare questa aggravante” spiega la pm. Aggravante che “non viene inficiata” nemmeno dallo schiaffo che Buzzi gli avrebbe rifilato prima di soccombere, facendogli volare via gli occhiali. Questo perché dopo quel fatto l’imputato ha comunque mostrato “aggressività, veemenza e furore, oltre che una colpevole efferatezza e incuranza della sofferenza della vittima, considerata alla strenua di un semplice avversario da distruggere”.
Da qui, Cavallo pone il focus anche sulla “freddezza e l’insensibilità” verso quelle che chiama “le sofferenze altrui“. Il riferimento è al fatto che, dopo la ‘mattanza’, all’arrivo dei carabinieri davanti al locale, il barista avrebbe – in prima battuta – ripetuto “ci siamo difesi” svariate volte al vicebrigadiere intervenuto per primo, senza avvisare che all’interno del bar, steso davanti al bancone, in un lago di sangue e ormai in fin di vita, il corpo di Buzzi chiedeva l’intervento di assistenza e cure da parte del personale sanitario del 118.
Non da meno il comportamento di Giuseppe Di Gaetano che – secondo la pm – ha “ampiamente contribuito a livello morale e materiale” alla realizzazione dell’omicidio, “condividendone intenti e modalità“. Come il figlio infatti, sottolinea la sostituta procuratrice, anche lui ha “martoriato il corpo di Buzzi con numerose coltellate, accanendosi con estrema determinazione”. I due inoltre, evidenzia Cavallo, hanno “predisposto i mezzi per fronteggiare le situazioni (lucchetto e coltello, ndr) consapevoli di dover affrontare Buzzi e non di evitare lo scontro“. “Non sono stati presi di sorpresa, non è stato un evento improvviso, ma – sottolinea – erano consapevoli del pericolo concreto per cui erano già preparati”.
A ciò la pm aggiunge le intercettazioni ambientali in carcere tra padre e figlio, dalle quali emerge come Giuseppe appaia “quasi compiaciuto per aver neutralizzato l’avversario“. I Di Gaetano – fa notare – “non hanno però piena contezza di ciò che comporta andare oltre i limiti della legittima difesa”, tanto che – “per un retaggio culturale” – il 71enne giustifica l’accaduto sostenendo che “quando si viene aggrediti è plausibile essere brutali”. Ma non solo, Cavallo torna anche sulla vicenda del coltello utilizzato durante la “mattanza”, che l’anziano aveva tenuto con sé, abilmente nascosto, dopo essere stato condotto prima a Cona e poi al comando provinciale dei carabinieri, per poi consegnarlo alla nuora dentro a un borsone, chiedendole di disfarsene e farlo sparire.
“Probabilmente c’è stata una mancanza di comunicazione tra gli operanti, ma sono stati errori che non hanno avuto una ricaduta sull’attività investigativa” dice. “Se sia stato perquisito o meno, è una domanda che riguarda i carabinieri. Qui l’interrogativo è un altro: perché Giuseppe Di Gaetano sente l’esigenza di occultare un’arma agli inquirenti e poi chiede di distruggerla? Perché l’ha nascosta se, come riferito in aula, quella sera l’aveva con sé in maniera del tutto casuale?” chiude Cavallo.
Dopo la requisitoria, è toccato alle arringhe dei legali delle sei parti civili, rappresentate dagli avvocati Giampaolo Remondi, Gian Luigi Pieraccini, Francesco Mantovani e Andrea Zamperlin, che hanno avanzato richieste da 250 a 500mila euro di risarcimento danni per oltre 2 milioni di euro. “Abbiamo apprezzato il lavoro della Procura che ha pedissequamente ricostruito la vicenda, non solo spiegando il perché non si può parlare di legittima difesa, ma dettagliando i motivi che hanno portato a contestare giustamente l’aggravante della crudeltà” commentano Pieraccini e Mantovani. Il processo tornerà in aula il 4 febbraio quando – davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Ferrara – a discutere saranno gli avvocati Michele Ciaccia, Stefano Scafidi e Giulia Zerpelloni, legali difensori di Vito Mauro e Giuseppe Di Gaetano. La sentenza entro il 4 marzo.
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