Cronaca
9 Maggio 2025
Per l'accusa, un'azienda del Basso Ferrarese non avrebbe potuto ricevere materiali di scarto da privati. Una delle imputate però dice che l'autorizzazione c'era e che nessuno durante i controlli aveva mai contestato l'operato della ditta

Traffico illecito di rifiuti. Una dipendente respinge le accuse

di Davide Soattin | 3 min

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Si avvicinano le battute finali del processo a carico di un’imprenditrice ferrarese di 76 anni e la propria dipendente 48enne, finite alla sbarra con l’accusa di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, perché – secondo il pm Flavio Lazzarini della Direzione Antimafia di Bologna – in un’azienda del Basso Ferrarese, attiva nel campo dell’autodemolizione e del commercio all’ingrosso di materiale di recupero, avrebbero organizzato una gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti speciali con l’obiettivo di aumentare i ricavi e al contempo ridurre i costi.

Dal 2016 al marzo 2020, stando alle accuse iniziali, l’azienda – che avrebbe trattato oltre 5 tonnellate e mezzo di materiale ferroso e non ferroso elargendo ai fornitori 1 milione e 800mila euro – avrebbe ricevuto nel proprio impianto di raccolta veicoli fuori uso e metalli di vario tipo conferiti da parte di privati in modo abusivo, anche se la licenza della ditta prevedeva invece che a conferire potessero essere esclusivamente aziende commerciali, artigianali oppure industriali.

Su questo punto ieri (giovedì 8 maggio) mattina, la dipendente 48enne – davanti alla giudice Sandra Lepore – ha spiegato che in realtà l’azienda aveva l’autorizzazione a ritirare alcuni carichi di rifiuti dai privati, tanto che gli operatori del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia Ferroviaria e di Arpae, durante i controlli effettuati negli anni, avevano acquisito la documentazione necessaria senza però aver mai contestato nulla all’operato dell’azienda.

Secondo l’accusa però non avrebbe potuto farlo e, per giustificare il tutto, nelle dichiarazioni di acquisto rilasciate ai privati comparivano dichiarazioni fasulle con riguardo alla persona fisica del conferitore. In numerosi casi, proprio su suggerimento delle imputate, il conferimento veniva frazionato imputandolo a soggetti diversi, il più delle volte anche a loro insaputa. Ci sarebbero state così dichiarazioni di cessione con firme false o relative a persone che non avevano effettuato la consegna. In questo modo potevano risultare piccoli quantitativi che non avrebbero dato nell’occhio.

Ma i primi sospetti nacquero proprio a causa di questo escamotage: le firme non solo erano false, ma alcune rimandavano a persone già decedute. Altre dichiarazioni riportavano dati non veritieri in relazione alla tipologia di rifiuto conferito o in relazione alla quantità dello stesso. In particolare per quanto riguarda il rame, per il quale veniva riconosciuto un prezzo al chilo superiore a quello di mercato, per rendere altamente verosimile l’ipotesi di indicazione in contabilità di costi maggiorati al fine di frode fiscale.

Il tutto venne scoperto durante un sopralluogo della Polfer eseguito il 6 marzo 2020. Dai registri si scoprì anche che alcuni conferimenti erano avvenuti da parte di quattro persone decedute da anni e le due donne (difese dall’avvocato Giuliano Onorati) finirono a processo. Ad assistere la ditta è invece l’avvocato Simone Bianchi.

Il processo tornerà in aula il 5 giugno per la discussione.

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