Cronaca
16 Maggio 2024
Prosegue il processo relativo al presunto sfruttamento di manodopera straniera nell'impianto Eurovo di Codigoro per le operazioni di bonifica dal focolaio di aviaria. Un operaio: "Scopro oggi in tribunale che c'era il virus"

Caporalato. “Senza contratto ci rifiutammo di lavorare”

di Davide Soattin | 3 min

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“Ci eravamo rifiutati di lavorare perchè mancava il contratto“. A parlare ieri (mercoledì 15 maggio) in aula, sentito come testimone, è stato un 29enne di nazionalità senegalese, tra gli operai impegnati a svolgere le operazioni di bonifica del focolaio di aviaria che scoppiò il 5 ottobre 2017 nello stabilimento Eurovo di Codigoro, dove gli inquirenti, coordinati dal pm Andrea Maggioni, avrebbero scoperto un vasto sfruttamento di manodopera di lavoratori stranieri.

Lì, l’uomo ci aveva lavorato per diciotto giorni, dal lunedì al sabato, su due turni: o dalle 14 alle 22 o dalle 22 alle 6. Al decimo giorno però, rispondendo alle domande della pubblica accusa, davanti al collegio del tribunale, ha ricordato di aver scelto di ‘scioperare’ insieme ai suoi colleghi perché mancava un contratto, arrivato successivamente a quella presa di posizione. “Prevedeva il pagamento di 6 euro all’ora” ha aggiunto ma, vedendo che quei soldi tardavano ad arrivare, aveva fatto un esposto alla Guardia di Finanza con altri operai.

Così come altri suoi colleghi, sentiti sia durante l’udienza di ieri che in quelle precedenti, neanche lui era al corrente del rischio sanitario a cui era esposto. “Scopro dell’aviaria solo oggi, qui in tribunale” ha proseguito il 29enne, a cui è stato anche chiesto quali fossero i dispositivi di protezione individuale forniti per lavorare all’interno dello stabilimento. “Avevamo tutti una mascherina nuova, mentre la tuta e gli stivali erano usati. Li lasciavano quelli del turno precedente e noi poi li prendevamo, a seconda delle taglie che ci servivano”.

L’inchiesta prese le mosse dall’incidente avvenuto lungo l’autostrada A13, nella notte tra il 25 e il 26 novembre 2017, quando un furgone su cui viaggiavano dodici cittadini di nazionalità straniera, di ritorno dall’impianto Eurovo di Codigoro, si ribaltò. Nello schianto perse la vita il 62enne marocchino Lahmar El Hassan, autista del veicolo, residente in provincia di Verona. Da lì, l’avvio delle indagini della Procura di Ferrara fino alla scoperta di un presunto caso di caporalato nel Basso Ferrarese.

Per i fatti che vengono contestati dagli uffici di via Mentessi sono oggi a processo i legali rappresentanti della forlivense Cooperativa Agricola del Bidente (Elisabetta Zani, 51enne, presidente, il suo vice Gimmi Ravaglia, forlivese di 44 anni, e Ido Bezzi, 63 anni, dipendente della cooperativa) e poi Abderrahim El Absy della Coop Work Alliance di Cesena, Ahmed El Alami della Coop Agritalia di Verona e Lahcen Fanane della Coop Veneto Service di San Bonifacio, in provincia di Verona.

Nello specifico, Zani e Ravaglia (Coop del Bidente) dovranno rispondere anche del reato previsto per aver subappaltato la bonifica di Eurovo alle Coop Agritalia, Veneto Service e Work Alliance, senza alcuna autorizzazione da parte dell’Ausl. La cooperativa forlivese, infatti, avrebbe ottenuto un appalto da cinque milioni, ma allo stesso tempo avrebbe poi concesso in subappalto ad altre tre società i lavori di abbattimento dei capi di pollame, di pulizia e disinfezione, in maniera – secondo gli inquirenti – indebita e senza l’autorizzazione dell’Ausl.

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