Spettacoli
16 Settembre 2021
Appuntamento inaugurale in piazza XXIV Maggio del Festival di microteatro Bonsai. Intervista alla compagnia bolognese Kepler-452

Dai reclusi del lockdown nasce lo spettacolo “Lapsus urbano”

di Redazione | 6 min

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di Michele Govoni

Si intitola Lapsus Urbano/Il primo giorno possibile lo spettacolo che oggi, giovedì 16 settembre alle 19, con replica alle 21.30, inaugurerà il Festival di Microteatro Bonsai, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Il festival vede la direzione artistica e l’organizzazione affidata a Ferrara Off.

Nello spazio di piazza XXIV Maggio la compagnia bolognese Kepler-452 presenta Lapsus Urbano, uno spettacolo/performance audioguidato concepito durante il primo lockdown.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Nicola Borghesi che, con Enrico Baraldi e Riccardo Tabilio, è autore del progetto.

Come nasce questo spettacolo e cosa proporrete nella serata del 16 settembre prossimo a Ferrara?

“Lapsus urbano è uno spettacolo che nasce in un momento particolare delle nostre vite: il primo lockdown. In quel tempo vuoto, liberato dal lavoro, si siamo interrogati su cosa fare. La nostra risposta è stata sospendere, anche dal punto di vista del ragionamento le attività che stavamo facendo prima e immaginare un nuovo dispositivo che si potesse realizzare, come dice il nome, il primo giorno possibile. Un dispositivo in cui il distanziamento fisico potesse essere uno dei motori della scrittura, della drammaturgia e della messa in scena.

Da anni lavoriamo con un sistema di cuffie wireless con cui abbiamo sempre fatto dei percorsi guidati. Questa volta abbiamo deciso di lavorare su uno spazio aperto, una piazza, nel quale un gruppo di persone è chiamato a interagire.

Lo spettacolo è una sorta di lettera dal passato, dai reclusi di ieri (tutti noi in quel momento chiusi in casa) agli esseri umani del futuro retta da una domanda: voi uomini del futuro che non siete più costretti in casa siete completamente liberi?

La sensazione che ha attraversato alcuni di noi è che questo momento potesse essere una cesura nel tempo e nelle conseguenze che avrebbe poi portato. Ovviamente non è stato così, ma in quei giorni epici, bizzarri, strani, in cui veramente per la prima volta tutti quanti eravamo coinvolti in qualcosa che stabiliva un cambiamento radicale rispetto al giorno precedente ci sembrava che qualcosa sarebbe cambiato. Da qui la riflessione sul perché neanche davanti a tutto questo abbiamo pensato di mettere in discussione il modo di produzione dato”.

Ho l’impressione che il vostro testo sia una sorta di capsula del tempo e della memoria. Si potrebbe parlare di una sorta di capsula della memoria a breve termine?

“Mi sembra un’immagine molto efficace. Mi sembra affascinante lo spostamento, nel senso che nelle capsule del tempo propriamente intese ci si immagina a parlare a dei posteri molto lontani che ci saranno quando noi saremo già scomparsi. Nel tempo del lockdown, il continuo consumo di notizie di cronaca, di percezioni che si è intensificato durante la pandemia quando eravamo tutti attaccati ai mezzi di informazione, man mano che arrivavano le informazioni si modificava sempre il nostro sguardo, e andavano così rapidamente in obsolescenza tutte le nostre percezioni. Questo avrebbe potuto essere un elemento di dissuasione rispetto alla realizzazione dello spettacolo, in realtà è diventato l’elemento di incoraggiamento a farlo. Questi pensieri che invecchiano così rapidamente, chissà, forse fissati in una forma in noi stessi (intesi come autori, ma anche come collettività) tra qualche tempo sembreranno stranissimi. E’ stato interessante lavorarci su, perché è invecchiato tutto così in fretta e tutta questa magia e tutto questo terrore e orrore si sono dispersi come neve al sole così rapidamente”.

Nel momento in cui siamo entrati nel primo lockdown stavate lavorando ad un testo sul 25 aprile. C’era in gioco l’importanza della memoria, ma anche un ragionamento sul concetto di libertà. Con il lockdown si è creata una sorta di contrapposizione tra la libertà di uscire e quella di poter stare a casa e gestire il tempo in maniera diversa. Cosa ne pensa a riguardo, anche in relazione al concetto di libertà su cui stavate lavorando?

“Coesistono due momenti. Il momento della costrizione, che però in quanto tale mette in luce l’elemento di liberazione da altre costrizioni (fondamentalmente dal lavoro). Ci si accorge che la maggior parte delle ragioni per cui usciamo di casa hanno a che fare con la produzione di qualche genere, con la nostra sussistenza e in quel momento l’impedimento di uscire di casa aveva a che fare con la libertà da queste altre cose (coatta o meno) ma che intanto la gente la soffre anche la libertà dal lavoro. Però intanto la esperisce, però intanto quel periodo è stato un momento in cui confrontarsi con l’assenza del lavoro, con l’angoscia dell’assenza del lavoro e che può essere letto come sintomo di qualcosa che non andava.

Forse è un po’ miope guardare all’assenza di libertà solo nel momento in cui sei chiuso in casa, ma è più affascinante vederla diacronicamente rispetto ai motivi per cui uscivo di casa prima e come adesso restare chiusi in casa ti fa riflettere sui motivi che ti spingevano ad uscire e che cosa si può e non si può fare”.

Dal punto di vista pratico, cosa vedranno e ascolteranno gli spettatori giovedì?

“L’ascolto di questo dispositivo ha una funzione passiva, ma c’è al tempo stesso una continua richiesta di prendere parte, interagire, spostarsi.

Ci sono dei punti cardinali tra i quali viene richiesto agli spettatori di spostarsi per rispondere a delle domande che sono in qualche modo con un processo che va dalle più concrete alle più astratte le domande che hanno attraversato tutti noi, credo, durante quel periodo. Ad esempio: sono chiuso in casa, ma la mia casa è abbastanza grande, è abbastanza esposta al sole, la mia casa è vivibile? Fino a domande di carattere meno concreto e più metafisico, nel quale chiediamo sempre di prendere posizione pubblicamente. L’idea, soprattutto nel corso del lockdown era quella di re-icontrarsi collocandosi gli uni rispetto agli altri in sicurezza, nello spazio per rivederci in qualche modo, guardandoci in faccia dal vivo.

Quindi chiediamo agli spettatori di fare delle scelte durante lo spettacolo, con i loro corpi. Quello che vedranno gli spettatori saranno gli altri spettatori che faranno la stessa cosa e soprattutto viene richiesto agli spettatori di guardare gli altri spettatori facendo un’azione che durante il lockdown non era permessa, cioè incontrare degli sconosciuti”.

E’ la prima volta che vi esibite a Ferrara?

“No, abbiamo fatto un altro progetto “pandemico”, anch’esso piuttosto bizzarro che si chiama “Coprifuoco” nel quale c’ero io travestito da rider che andavo a fare una consegna a qualcuno all’interno della città, con una serie di spettatori in remoto che guardavano questa avventura notturna in violazione del coprifuoco. In qualche modo diventavo gli occhi degli spettatori nella città deserta. Ho fatto quattro consegne diverse, in quattro posti diversi, due a Bologna, una a Imola e una a Ferrara e a Ferrara ho consegnato per conto di Francesca Pennini un pacco. Quindi ho attraversato Ferrara nebbiosa. Quindi siamo stati con uno spettacolo a Ferrara, ma non con un pubblico necessariamente ferrarese”.

Lo spettacolo di giovedì lo avete già portato in altre città?

“Sì, Lapsus Urbano ha avuto una tournée straordinariamente fortunata con una cinquantina di date tra l’estate scorsa e quest’estate e continua a girare.

Dopo Ferrara andremo a Riva del Garda. E’ uno spettacolo che gira da più di un anno e la cui cosa più affascinante è che è una traccia audio registrata ma nel tempo sembra cambiare perché cambia la nostra percezione e continua a parlare in modo sempre diverso. Se ci si pensa per una traccia registrata questa è una cosa abbastanza affascinante”.

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