Le dimissioni di Rossella Arquà sono state raccontate in modo molto diverso dal modo in cui in realtà sarebbero maturate.
Nessuna improvvisa resipiscenza e nessuna spontanea volontà di chiudere la propria esperienza politica in consiglio e con la Lega.
E, soprattutto, attorno ad esse si sono mossi vertici provinciali del partito di Salvini e addirittura il presidente del consiglio comunale di Ferrara (anche lui della Lega) che si sono adoperati per ottenere nel più breve tempo possibile le dimissioni della consigliera.
Tanto che ora l’Arquà diffida il Comune da considerare efficaci le sue dimissioni e dal procedere con la surroga nei suoi confronti, spiegando finalmente come in realtà si sono svolti i fatti.
Per avere un quadro il più possibile chiaro della vicenda occorre prestare attenzione alla tempistica. Nel pomeriggio del 10 giugno avviene la perquisizione da parte della Digos nell’abitazione della fedelissima di Naomo Lodi. In quel momento lei si rende conto di essere sotto indagine per le lettere anonime minatorie inviate al vicesindaco. Immediatamente scrive a Naomo: è allarmata. Lui le risponde deluso: da te non me lo sarei aspettato. E la blocca sul cellulare.
Già la prima stranezza: il vice di Alan fabbri è a conoscenza della perquisizione. E non è il solo. Il mattino dopo infatti l’indagata viene chiamata dal referente provinciale del Carroccio Davide Bergamini. Anche lui è a conoscenza dell’operazione e le intima “perentoriamente” – si legge nella diffida – a rassegnare le dimissioni, oltre che dalle cariche di partito (responsabile organizzativo, responsabile dei tesseramenti e incaricata dell’apertura della sede), anche da quella di consigliere.
Altra stranezza: Bergamini le preannuncia che il giorno successivo la stampa (un giornale) avrebbe dato “ampio risalto all’oggetto delle indagini a suo carico”.
Poco dopo a chiamarla è Lorenzo Poltronieri, il presidente del consiglio comunale, che la invita a recarsi in Comune per firmare le dimissioni.
Lei si rifiuta e Poltronieri, “con fare insistente”, le chiede dove si trova in quell’esatto momento. Lei stava camminando in via Spadari e Poltronieri, insieme al suo segretario particolare Giuseppe Milone, la raggiunge e le fa firmare il foglio per strada, “già predisposto”. Era tanta la fretta che Arquà “non ha avuto nemmeno modo di leggere compiutamente”.
Tutto questo, a detta della diretta interessata, sarebbe avvenuto “in un momento di assenza di lucidità”, “in uno stato di profonda ed evidente prostrazione e disorientamento emotivo a fronte della perquisizione domiciliare da poco subita e dalla preannunciata falsa e martellante campagna di stampa” nei suoi confronti.
A questo si aggiunge il fatto che Poltronieri non le ha lasciato una copia dell’atto, portato invece all’ufficio protocollo in assenza di delega della consigliera.
Una specie di dimissioni in corsa che non trovano riscontro nelle formalità previste per un atto di questo tipo. L’articolo 38 del Testo unico degli enti locali infatti prevede che le dimissioni siano presentate personalmente e assunte immediatamente al protocollo del Comune. In alternativa possono essere autenticate e inoltrate da un delegato con atto autentico.
Sempre l’articolo 38 contempla la previsione che le dimissioni siano espressione di una volontà responsabile e ponderata.
Gli atti che non corrispondono a questi requisiti sono nulli e privi di efficacia. Rossella Arquà parteciperà quindi al prossimo consiglio comunale fissato per lunedì. In un primo momento l’assemblea doveva essere in presenza, decisione poi ritirata dal presidente del consiglio che ha disposto la seduta in videoconferenza.
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