Cronaca
8 Novembre 2017
Arrestato un 52enne di Formignana e indagati 20 extracomunitari

Giro di documenti falsi per far ottenere i permessi di soggiorno

di Daniele Oppo | 3 min

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Stefano Menozzi

Produzione di documenti falsi per far ottenere agli immigrati extracomunitari un permesso di soggiorno. Ovvero favoreggiamento e false attestazioni per favorire l’immigrazione clandestina. È questa l’accusa mossa dalla Squadra Mobile e dal pm Ciro Alberto Savino nei confronti di Stefano Menozzi, 52 anni, di Formignana.

Menozzi (difeso dall’avvocato Giovanni Montalto) si trova ora in custodia cautelare in carcere e ha sostanzialmente ammesso gli addebiti davanti al giudice per le indagini preliminari che lo ha sentito per l’interrogatorio di garanzia.

Con lui sono indagate 22 persone, ovvero gli stranieri che secondo gli inquirenti hanno ottenuto il permesso di soggiorno sfruttando i documenti falsi preparati da Menozzi: 13 vengono dal Marocco, 7 dalla Tunisia, uno dall’Algeria e uno dalla Nigeria.

I dettagli dell’operazione sono stati forniti nel corso di una conferenza stampa tenuta martedì dal dirigente della Squadra Mobile Andrea Crucianelli.

Il 52enne è accusato di aver prodotto false attestazioni fiscali, dei redditi e anche false assunzioni lavorative e false dichiarazioni di residenza (quasi tutte a Formignana) per lungo tempo: dal gennaio 2012 al maggio di quest’anno. Già una volta era stato accusato per fatti simili in passato, ma venne archiviato. Questo forse lo ha spinto a continuare, fino a che la polizia – durante altre indagini – nell’ottobre dello scorso anno non ha assistito a uno scambio sospetto tra Menozzi e un uomo magrebino all’interno di un bar di Copparo. I controlli portarono a scoprire in possesso dell’uomo i documenti di soggiorno del magrebino e di sua moglie, con l’attestazione di un lavoro che però lo straniero non svolgeva. In suo possesso poi vennero trovati altri documenti e dei timbri societari.

Timbri che secondo il suo legale erano legittimamente detenuti e che per gli inquirenti appartenevano a una cooperativa di pulizia e tinteggiatura con sede a Bondeno, effettivamente registrata ma di fatto mai esistita, tanto che il suo legale rappresentante (anche lui straniero) risulta irreperibile: coop che avrebbe ottenuto dei finanziamenti e una sede dal Comune al quale poi non pagò mai neppure le utenze. Timbri che Menozzi usava far risultare gli stranieri in possesso di un lavoro. Per il suo legale gli stranieri erano effettivamente a disposizione della coop, e Menozzi non faceva altro che attestare l’esistenza di redditi da lavoro che percepivano magari in nero nei loro lavori.

Il dirigente della Squadra Mobile Andrea Crucianelli

Nella sua casa sono stati trovati e sequestrati computer e chiavette usb contenenti molti modelli per le dichiarazioni poi risultate false, dalla cui analisi è arrivata una svolta decisiva per comprendere quanto fosse largo il giro di documenti falsi: al momento sono stati accertati più di 20 permessi di soggiorno falsi, in alcuni casi Menozzi avrebbe indotto in errore gli stranieri, in altri, la maggioranza, questi collaboravano con lui per raggiungere con la via più breve, e illegale, l’agognato permesso di soggiorno: il tutto a prezzi che forse variavano da 250 euro (effettivamente riscontrati come ‘acconto’ quando venne controllato dopo il passaggio di documenti al bar di Copparo) e i 1000 euro.

Per la sua difesa Menozzi faceva tali pratica per conto dei clienti come modo per sbarcare il lunario, sfruttando la sua laurea in Economia e la sua abilità nella compilazione dei documenti, per modiche cifre.

Non solo: Menozzi è accusato anche di truffa aggravata nei confronti di un uomo al quale aveva garantito la possibilità di tenere la contabilità e fare le dichiarazioni fiscali per prezzi modici (800 euro all’anno circa). In realtà non avrebbe fatto nulla di tutto ciò: la truffa sarebbe stata scoperta solo una volta che Equitalia ha fatto recapitare al cliente una cartella esattoriale da 150mila euro. Per la difesa di Menozzi, in realtà, la cartella derivava da una mancata corrispondenza tra quanto dichiarato dal presunto truffato e gli studi di settore.

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