Filo. “Non mi sono mai occupato dei conti della Progresso e non ho mai partecipato alla stesura dei suoi bilanci”. Si difende così Giovanni Donigaglia dall’accusa di essere stato, insieme al suo vice storico, Renzo Ricci Maccarini, il “manovratore occulto” della società collegata alla Coopcostruttori finita in bancarotta come la casa madre.
Il processo, che vede alla sbarra otto imputati, già coinvolti anche nel maxi crac argentano, deve verificare se Giovanni Donigaglia e Renzo Ricci Maccarini fossero davvero amministratori di fatto dell’azienda. Secondo l’accusa sostenuta dalla pm Ombretta Volta non figuravano nel cda, erano privi di carica formale, ma prendevano comunque le decisioni.
Vengono poi i componenti del cda Giorgio Coatti, Roberto Andreotti e Claudio Assirelli e i tre componenti del collegio sindacale: Angelo Adamini, William Brusi e Mauro Angelini.
Per l’accusa avrebbero distratto dal patrimonio della società 12 immobili, “cagionando un danno patrimoniale di rilevante gravità” e, con lo scopo di “procurare un ingiusto profitto”, avrebbero “falsificato le scritture contabili”.
Donigaglia, davanti ai giudici Marini, Giorgi e Rizzieri ha anche smentito il consulente Gianluca Mattioli, sentito all’udienza passata, affermando che “non è vero che Costruttori e Progresso avessero un unico ufficio finanziario”.
Ma allora perché, come chiede la pm, dovendo prestare dei finanziamenti, la banca Antonveneta si rivolse a Coopcostruttori per avere adeguate garanzie? “Le garanzie offerte – ha risposto Ricci Maccarini – consisterono in 21 immobili, del valore di 54 milioni di euro, di cui solo alcuni erano di Progresso, e prestò inoltre macchinari e strutture per un valore di altri 52 milioni”.
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