
Vittorio Volpi, sentito come testimone
Copparo. Si trovò sulla scrivania dell’ufficio un preventivo per la società Riusa.eu. Sopra un appunto a penna del direttore generale Arrigo Bellinazzo: “procedere con contratto”. Quel nome però le suggerì qualcosa. Qualcosa che rimandava al progetto Plastica, di cui aveva sentito parlare in azienda fin dal 2005. Controllò la visura della società e scoprì che il nome dell’amministratore unico nonché uno dei soci era proprio il suo direttore generale. Era l’inizio di giugno 2008.
A parlare al processo Riusa è Vanna Brina, responsabile dell’ufficio legale di Area. Fu lei a “scoprire” che qualcosa non andava in quel foglio. Da lì partirà l’inchiesta e quindi il processo che oggi vede imputati l’ex direttore di Area Arrigo Bellinazzo, l’ex ingegnere capo della Provincia Gabriele Andrighetti, Luigi Astolfi, Andrea Frabetti (anche lui geometra della Provincia), Stefano Farina e Andrea Prampolini, ex manager di Berco.
L’impiegata chiese spiegazioni al suo direttore generale. “Lo sanno tutti che abbiamo dovuto costituire una società; che l’abbia fatto io come persona anziché Area non cambia nulla” si sentì rispondere. Peccato che quello slancio di imprenditorialità privata non era stato autorizzato dal cda. “Tra l’altro – aggiunge Brina – l’attività che svolgeva Riusa era la stessa di Area; vi vidi un conflitto di interessi”.
Area doveva finanziare, e finanziò, la costruzione della macchina che doveva produrre lo stampo dei mattoncini che poi sarebbero serviti da pavimentazione stradale. Dal contratto stipulato tra Area e Riusa però, la società multi servizi di Copparo non avrebbe potuto partecipare agli utili dell’attività di ricerca. “Perché finanziare un progetto di proprietà di altri?, mi chiesi”.
Quella domanda se la fece anche il cda di Area, che licenziò Bellinazzo (è in corso la causa tra l’ex dg e la società contro quel provvedimento). Il primo contratto subì una novazione, siamo nell’agosto 2007, che escludeva completamente Area dagli eventuali profitti di sfruttamento.
Nel frattempo Area, per rientrare dei finanziamenti e per finanziare la seconda fase, quella della costruzione della macchina, si rivolse alla Regione Emilia Romagna. Si apre la possibilità di una convenzione diretta tra società ed ente pubblico. Ma quei fondi arrivavano dall’Unione europea ed Area deve passare per il tramite del Comune di Copparo. Della questione viene informato anche il sottosegretario alla presidenza Alfredo Bertelli. Intanto dalla Regione fanno sapere che il finanziamento si poteva fare, ma i brevetti dovevano avere una titolarità pubblica. Da una intercettazione telefonica tra Bellinazzo e Andrighetti (l’ideatore del brevetto) letta in aula del pm Nicola Proto emerge la preoccupazione di quest’ultimo che la proprietà del brevetto finisca in capo alla Regione. Secondo l’accusa viene operata quindi una modifica al progetto originario per salvare, prosaicamente, capra e cavoli: la titolarità del brevetto e la possibilità di finanziamento.
Intanto la società di servizi “stava pagando una macchina di cui non avevamo mai visto una documentazione tecnica: eravamo scoperti di 3/400mila euro e ne servivano altrettanti per la costruzione del macchinario”. A parlare adesso è Vittorio Volpi. All’inizio l’idea di recuperare materiale plastico per farne sottofondo per manti stradali passa quasi inosservata alle sue orecchie. Poi l’allora presidente di Area ne intuisce le potenzialità. Doveva nascere una società ad hoc – mai costituita – con Area socio di maggioranza in misura non inferiore al 51%. Il cda diede l’incarico a Bellinazzo di approfondire l’argomento e vagliare l’ipotesi di costituzione di una società per brevettare e commerciare il prodotto che vedesse Area quale socio di maggioranza.
Poi viene a sapere dall’ufficio legale che Bellinazzo sarebbe andato “oltre”, fondando insieme ad Andrighetti, Luigi Astolfi e Andrea Prampolini una società a parte, Riusa.eu. “Qua non ci siamo”, gli disse. “Ne esco subito” fu la risposta di Bellinazzo. I due non parlarono più dell’argomento, “perché poco dopo partirono le indagini della Finanza”.
Nel frattempo a Firenze risultano registrati quattro brevetti Riusa. Dal novembre 2008 al gennaio 2009. Su tutti e quattro vennero imposti i sigilli del sequestro giudiziario.
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