“Sapevo di fare qualcosa di illecito, ma non credevo fosse così grave”. È la mezza “confessione” che Ivan Passerini, il geometra del Comune di Ferrara imputato di concussione nell’ambito del processo Mazzettopoli, incalzato dalla pm Patrizia Castaldini sui suoi affari con altro geometri privati consegna al tribunale.
“Pensavo di incorrere al massimo in una sanzione”, afferma davanti ai giudici, confermando di aver ricevuto assegni da professionisti privati, “ma per attività professionale svolta da me in proprio e non per evitare rallentamenti delle pratiche”.
Alcuni di questi “clienti” gli erano stati presentati da Gianni Gardenghi, il funzionario del settore edilizia del Comune di Ferrara, che venne arrestato nell’agosto del 2007 in flagranza dall’Arma mentre si stava intascando 2000 euro. Nell’abitazione di Gardenghi i carabinieri trovarono poi circa 44mila euro nascosti nell’incavo di un muro. Per quei fatti Gardenghi venne condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione.
Scoppiato il “bubbone”, l’inchiesta portò agli arresti lo stesso Passerini (venne poi liberato) nel giugno 2008. In occasione dell’interrogatorio davanti al gip l’imputato rese alcune dichiarazioni. Difformi da quanto ieri raccontato in aula. “Posso dire che allora non dissi tutta la verità: dopo il mio arresto ero sconvolto e la mia linea in quel momento fu quella di negare tutto”.
Negò di aver preso soldi per alcuni lavori. Denaro che adesso invece ammette di essersi intascato. “Ma non ero io a chiederlo – si affretta a precisare –: praticamente c’era un accordo tra me e il tecnico esterno di turno; ci si accordava sul prezzo a seconda del carico di lavoro da svolgere. Tutte cifre ampiamente sotto alle normali parcelle di un geometra professionista”.
Cifre che andavano dai 300 ai 1500 euro e che fruttarono, secondo i conteggi dell’accusa, oltre 33mila euro (di cui circa 12mila testimoniati da assegni) dal febbraio 2003 al dicembre 2007.
Di quei lavori svolti fuori dal suo ufficio non rimase tracce nel suo computer. I file vennero cancellati. “Lo faccio per abitudine – spiega al pm -, depenno l’appuntamento una volta che l’ho concluso”.
La pubblica accusa passa poi in rassegna alcuni episodi di presunte mazzette contestate a Passerini. E si torna a Gardenghi che gli “passava” i clienti. “Quindi questo modo di operare di Gardenghi era naturale per lei?” chiede quasi sorpreso il giudice Matellini. “Naturale non proprio, perché un dipendente comunale viene pagato per quello che fa al mattino allo sportello, non dovrebbe fare altro”.
Con Gardenghi poi ci sarà una rottura. Passerini e Raffaele Turatti (l’altro geometra del Comune di Ferrara, già condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi e che ora aspetta il processo di Appello) ebbero una rottura con lui. Dovuta a “voci di corridoio”, secondo le quali “alcuni tecnici privati si erano lamentati perché dicevano che chiedeva somme di denaro per alcune pratiche”. Siamo nel 2006.
“Perché non ne ha parlato con i suoi superiori se sapeva che il suo collega prendeva soldi da privati?”, domanda il giudice. Gli interrogativi non finiscono qui. Passerini si riavvicina a Gardenghi poco prima del suo arresto, nel corso di una cena. Lui e Turatti gli consegnano una busta con dentro una lettera di riappacificazione. “Avevamo visto che in un anno e mezzo non era successo nulla di che, forse ci eravamo sbagliati noi…”. “Vi siete sentiti caritatevoli e compassionevoli, diciamo così…”, interviene spazientito il giudice, che rimbrotta l’imputato: “il mio invito, se é vero che oggi ci sta raccontando verità, è di dirla tutta, nel suo personale interesse”.
Infine viene ricordato un ultimo episodio. Gardenghi è appena stato arrestato. È la fine dell’estate 2007 e a casa di Passerini si presentano senza preavviso due dei tecnici privati per cui Passerini aveva svolto pratiche, Ravani e Zucchini. Erano stati chiamati dai carabinieri per essere interrogati sui rapporti con Gardenghi. Nell’agenda del geometra figuravano somme di denaro affibbiate ad alcuni nomi. Tra questi un tale “Ivan”. “Zucchini mi disse che agli inquirenti aveva mentito, che non era vero che era stato costretto a consegnare 4 mila euro a Gardenghi. Ravani invece aveva riferito a chi lo interrogò che non aveva idea di chi fosse quell’Ivan scritto sull’agenda”. In cambio di questo ‘favore’ “volle essere rassicurato del fatto ha anch’io non avrei detto nulla. E lo tranquillizzai in questo senso”. E per rassicurare se stesso “presi il mio hard disk e lo svuotai. E mi sono sentito tranquillo”.
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