Renazzo. “Ho fatto io il terzo grado a mio figlio”. È il padre di Edoardo Tura a parlare come testimone al processo che vede il figlio di 23 anni imputato resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e difeso dall’avvocato Carlotta Gaiani. Il pubblico ufficiale è il brigadiere della stazione di Renazzo Daniele Sabino (parte civile assistitio dall’avvocato Alberto Bova), già condannato in rito abbreviato per violazione di domicilio (e assolto dall’imputazione di lesioni aggravate nei confronti proprio del giovane).
Il processo a parti invertite si è tenuto ieri mattina davanti al giudice Silvia Giorgi. Sulla sedia dei testimoni si sono alternati i genitori di Edoardo, Walter Tura e Cristina Caleffi, per dare la propria versione di quel che accadde la notte del 23 gennaio 2010. Erano circa le 4 di mattina quando il giovane viene fermato da una pattuglia dell’Arma. Il ragazzo, a quell’ora, si trovava in macchina con alcuni amici e l’auto viene controllata dai carabinieri nei pressi di un forno a Renazzo. Al conducente viene fatto l’alcoltest, che risulta negativo. Tura scende e si avvia a prendere la propria auto per andare a casa, poco distante. Arrivato a destinazione parcheggia l’auto nel cortile e dice di non accorgersi che la pattuglia dell’Arma lo aveva seguito.
Sul punto verrà visionato in aula alla prossima udienza, fissata per febbraio 2013, un filmato girato dagli inquirenti per valutare il percorso che il 23enne fece quella notte.
Mentre sta per rientrare in casa, si sarebbe visto uno dei due militari che l’avevano fermato prima – Sabino – puntargli contro una pistola e gridare “dov’è la cocaina?”. Questa la versione del ragazzo. I genitori hanno assistito alla scena successiva, quando, svegliati dai rumori, si vestono e scendono in giardino. “Ho visto mio figlio con macchie di sangue sul collo e sulla camicia”, afferma il padre, al quale il figlio dirà di essere stato colpito in testa con il calcio della pistola dal brigadiere (versione però già esclusa nel primo processo).
In quel momento Sabino stava “girando tutto intorno, come in cerca di qualcosa”, mentre il collega era rimasto vicino al cancello d’entrata. A un certo punto il carabiniere avrebbe mostrato di aver trovato qualcosa e fa il gesto di consegnarlo al collega. “Chiedo di vedere così aveva in mano – prosegue il padre – e non c’era nulla”.
La madre dirà di aver visto una macchia bianca sulla giacca del militare, macchia “che in caserma mi era poi sembrata molto più grande”. Fatto sta che di droga non se ne troverà e la macchia bianca sulla divisa sarebbe da addebitare alla calce del colonnato.
Intanto Sabino ammanetta Tura e qui il ragazzo avrebbe fatto resistenza, arrivando a colpirlo. Il carabiniere si farà visitare al pronto soccorso. Dove, tra l’altro, troverà il 23enne, anch’egli in ospedale per le medicazioni (i medici gli prescriveranno una prognosi di 7 giorni per una ferita lacero-contusa al capo). La dottoressa, già sentita nel corso della passata udienza, chiederà al ragazzo cosa avesse fatto. “Mi ha colpito il carabiniere con il calcio della pistola”. “No, sei caduto accidentalmente”, la replica del militare. Per lui la prognosi fu di 25 giorni.
Sfilano quindi i vicini di casa, svegliati dal trambusto udito nel cortile. Tutti pensavano, alla vista dei carabinieri, che fosse capitata una disgrazia al giovane. Alcuni sentono parlare di “droga”, “o di cocaina”, ma non ricordano chi fu il primo a dirla, se il genitore o il carabiniere. Anche sull’agitazione di Sabino descritta dai genitori i ricordi sono più “morbidi”: “sembrava un po’ agitato; come anche i genitori, data la concitazione di quei momenti”.
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