
(foto di archivio)
Cento. Un processo per capire se Cristian Antoniello morì a causa di quel metadone trovato nella sua tasca. Una boccetta che riconduceva direttamente alla donna oggi imputata di spaccio e della morte del ragazzo di 25 anni proprio in conseguenza di quello spaccio.
Il giovane venne trovato morto dai genitori in camera sua, sul letto, una mattina di maggio del 2010. Gli inquirenti ricostruirono i movimenti del ragazzo del giorno prima. Cristian aveva passato il pomeriggio al parco con amici. Un po’ di birra, qualche bravata e poi a casa dai genitori. L’autopsia dirà che la sostanza comunemente utilizzata nei percorsi di recupero per tossicodipendenti fu all’origine del decesso. In quel parco c’era anche l’imputata, D.B., centese di 40 anni, che raggiunse il gruppetto di amici con una sporta contenente sei boccette di metadone. Era la sua “dose” settimanale, prescritta dal SerT.
Secondo l’accusa e le parti civili (i genitori del 25enne, assistiti dall’avvocato Guidorzi) fu lei a fornire a Cristian la sostanza che gli risulterà fatale. Secondo la difesa sostenuta dall’avvocato Gianluca Filippone, invece, la donna avrebbe lasciato incustodita la borsa più volte. Attorno c’erano cinque o sei persone. Difficile dunque, se non impossibile, provare che fu lei a somministrarglielo.
A far ricadere i sospetti su di lei è il suo nome scritto sul flacone trovato in tasca a Cristian. Ieri il giudice Attinà ha ammesso liste testimoniali e prove chieste dalle parti e ha rinviato l’udienza a giugno. In quell’occasione verranno sentiti come testi del pm (ieri in aula il vpo Renzo Simionati) i famigliari e alcune persone presenti nel parco.
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