Confutare alcuni cliché sulla mafia. È stato questo lo sforzo principale di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, intervenuto questa mattina in Rettorato a Ferrara nell’ambito della conferenza ‘La lotta alla mafia: strumenti e modalità d’azione’. L’iniziativa, moderata dall’ordinario di Filosofia del diritto Baldassarre Pastore, è stata organizzata dall’associazione studentesca Officina, da Libera e dal Dipartimento di Scienze Giuridiche.
“Giovanni Falcone – ha ricordato Ingroia, che si formò proprio nel pool del magistrato ucciso nel ’92 – notava che la mafia viene combattuta quando è avvertita come problema di ordine pubblico”. Eppure, anche il terrorismo era criminalità organizzata, e con questo sistema si è riuscito ad averne ragione, mentre della mafia no: “C’è qualcosa d’altro”.
Qualcosa che va ricercato nella composizione sociale di Cosa nostra, smontando un primo luogo comune: la mafia fa leva sul disagio sociale e chi entra a farne parte può sperare in un’ascesa. “Non è falso – ha riconosciuto il procuratore –, però non c’è solo questo, sbaglieremmo a pensarlo”. Il nostro immaginario del mafioso è popolato da persone come Totò Riina e Bernardo Provenzano, “rozzi e sanguinari”, eppure nell’ultima stagione è arrivato qualcun altro.
“A capo della famiglia di Brancaccio – ha spiegato Ingroia – ci sono stati prima i fratelli Graviano, che corrispondevano al cliché, ma dopo il loro arresto le redini sono state prese da Filippo Guttadauro, un medico che si occupava degli affari del mandamento tanto quanto di tenere rapporti con colleghi ed esponenti politici, gestendo anche gran parte della sanità pubblica e privata in Sicilia”. Proprio indagando su di lui, si giunse a processare l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, condannato definitivamente e ora in carcere.
Un altro esempio proposto è quello della famiglia di Brancaccio: a Salvatore Lo Piccolo successe l’architetto Giuseppe Liga, “che alternava estorsioni e turbative di appalti con la sua professione e l’attività in un piccolo raggruppamento politico, che tuttavia il presidente della Regione coinvolse nelle consultazioni per l’allargamento della sua maggioranza”.
Cosa Nostra è allora “interclassista – secondo il magistrato –, e non sono sufficienti repressione e sviluppo economico”, dal momento che esiste anche una ‘borghesia mafiosa’, secondo la definizione di alcuni sociologi.
Altra idea da sfatare: la mafia è un’organizzazione antistatuale. “La mafia ha talvolta un ruolo concorrenziale allo Stato – ha specificato Ingroia –, perché tende a sottrarre il controllo del territorio: a volte lo fa sì in situazioni di contesa, ma altre volte in situazioni di trattativa”. Chiara a questo punto un’affermazione di Totò Riina risalente al ’92: “Noi non facciamo la guerra per fare la guerra, ma per fare la pace”.
Ma qual è l’obiettivo dei mafiosi? Arricchirsi? “Questo è più un obiettivo dei camorristi – ha distinto il procuratore –, per il mafioso il denaro è un mezzo, il fine è il potere”, che si gestisce anche vivendo in una stalla, come Provenzano. “Cosa farsene poi del potere se si abita lì – ha sorriso per l’unica volta il magistrato – è materia per psicologi”.
È dunque “quasi fisiologica” una relazione di questo potere con gli altri, istituzionali e non. È passato un cinquantennio dalla situazione descritta da Sciascia in Il giorno della civetta, quando “nei paesi della Sicilia c’erano cinque autorità: sindaco, pretore, ufficiale dei Carabinieri, prete e capofamiglia. Allora il mafioso era qualcuno a cui ci rivolgeva per dirimere controversie, ed era riconosciuto dalle altre autorità”. Rispetto a quei tempi “abbiamo fatto passi da gigante – riconosce Ingroia –; oggi il mafioso ha ancora bisogno di farsi riconoscere, ad esempio per estorcere, ma gli è sempre più difficile palesarsi”. Alcune attività della mafia si vanno dunque assottigliando, anche perché “a Palermo e provincia la ribellione contro il racket è diffusa, nel trapanese e nell’agrigentino meno ma si formerà”, confida il magistrato.
Come reagisce allora Cosa nostra? Come moltissime imprese: delocalizzando e finanziarizzando. “I beni al sole, ossia terra e mattone, di proprietà di mafiosi situati al sud sono sempre meno, perché vengono acquistati altrove, ad esempio nelle regioni del nord, allo scopo sviare l’attività investigativa”. Inoltre, come aveva capito Falcone già negli anni Ottanta, la mafia è entrata in Borsa, “e ha messo radici” ha aggiunto oggi Ingroia.
In conclusione, perché dopo secoli questo fenomeno è mutato ma non scomparso? “Tra la possibilità di annientare la mafia e quella di contenerla – ha spiegato ancora il magistrato –, l’intera classe politica ha sempre optato per la seconda. È frutto del fatto che Cosa nostra è costituita anche da parte della classe dirigente?” si è chiesto poi, e la risposta, dopo quanto detto, sembra scontata. Le oscillazioni nel consenso ai procuratori antimafia (elevato dopo gli omicidi degli anni ’70-’80, poi calato, ripreso dopo le stragi del ’92-’93 e di nuovo diminuito) sono dovute al fatto che “la classe dirigente che fa affari con la mafia ogni tanto si accorge che è qualcosa di pericoloso, e allora avvia una politica di contenimento. Passata questa, si torna a fare affari”.
L’unica soluzione è allora che “le elite politico-culturali reimpostino i presupposti della convivenza civile su valori di legalità intransigente e davvero costante. Altrimenti con la mafia dovremo convivere per qualche altro secolo”.
Nel corso dell’intervento alcuni presenti tra il pubblico hanno mostrato cartelli in difesa della magistratura che indaga sulle stragi del ’92 e ’93.
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